La vicesindaca con delega alle Politiche sociali, Carmen Tessitore, dall’inizio del suo mandato è alle prese con la vicenda dello sfratto degli immigrati del rione “Giravolte”: le case sono fatiscenti, ma è stata accordata una nuova proroga che scadrà il 28 settembre.

L’assessorato alle Politiche sociali in questo periodo deve affrontare numerose emergenze abitative che riguardano anche alcune famiglie leccesi. Nell’intervista realizzata in mattinatala vicesindaca prende posizione anche sui registri delle unioni civili con un secco “no”.

Vicesindaca Tessitore, la vicenda delle Giravolte è complessa, ma proviamo a ricostruirla: le case erano di proprietà di un famoso personaggio leccese, Antonio Lanzalonga, detto “Mara”, uno dei primi transessualiitaliani. «La Mara» affittava i suoi appartamenti ai senegalesi, a prezzi spesso troppo alti, che vivevano in condizioni igieniche precarie: anche in 16 persone in un solo appartamento. Lanzalonga volle lasciare i suoi venti appartamenti alle suore Benedettine: restarono a bocca asciutta i suoi parenti, perché in vita si sentì dimenticato e rinnegato da loro.Dopo vent’anni gli appartamenti ospitano famiglie di lavoratori immigrati, che pagano affitti molto modesti alle suore di clausura e chiedono una soluzione che non sia troppo onerosa per le loro possibilità. Il Comune com’è intervenuto?

«Entro il 28 settembre stiamo cercando di aiutare queste persone a lasciare gli immobili, senza che venga messa in atto la procedura di sfratto esecutivo, perché questa procedura sarebbe troppo umiliante per chi la subisce, anche se fa parte di un diritto di proprietà. Noi non vorremmo arrivare a questo».

Gli appartamenti, insieme ai contratti di affitto, furono trasferiti alle suore con una successione testamentaria, vero?

«Pur avendo i parenti, “Mara” decise di dare tutto alle suore. Anche se sono state diffuse voci completamente infondate su un presunto testamento a favore degli immigrati che abitano quelle case. Questa è una cosa inverosimile, perché “Mara” aveva un pessimo rapporto con gli inquilini: me ne sono occupata personalmente di quel testamento per motivi professionali. Alcuni giornalisti hanno affermato queste cose senza aver nemmeno guardato il testamento».

Perché la comunità delle Benedettine ha deciso di sfrattare queste persone? Ci sono dei problemi di carattere economico? Non hanno i soldi per ristrutturare e hanno deciso di vendere?

«La comunità delle Benedettine ha ripetutamente prorogato questa ordinanza e l’esecuzione del provvedimento non è stato richiesto, per lungo tempo, né da loro né dagli organi amministrativi. Inoltre le suore si sono fatte carico spesso del pagamento di bollette di acqua e di luce non pagate: vi ricordo che non si tratta di una comunità ricca. La richiesta di sgombero risale al 2010, perché le case sono fatiscenti ed erano fatiscenti anche quando le suore le hanno avute in eredità. Sono case pericolose per chi le abita. A questo punto, il Comune di Lecce ha una grossa responsabilità: non può permettere che queste persone vivano in case inagibili e si sta adoperando per trovare delle soluzioni adeguate. Ho paura che gli abitanti di queste case siano vittime di strumentalizzazioni: in questi giorni sono state messe in circolo false informazioni. Le Benedettine sono persone che hanno scelto una vita contemplativa, ma si sono dovute rimboccare le maniche una volta ricevuta questa eredità. Lei si immagini, però, cosa sarebbe successo se fosse caduto in testa agli abitanti di queste case unsolo mattone. Si immagini la tensione nell’accordare le proroga a questi inquilini, sapendo che ci si accollava una grossa responsabilità. Se dovesse succedere qualcosa, ne andrebbe di mezzo anche il Comune, che ha constatato l’inagibilità di quelle case. Immagini che cosa può succedere con una pioggia più forte: tutto potrebbe venire giù».

Ha paura che gli interessati non accettino le nuove sistemazioni proposte dal Comune?

«Già a luglio eravamo arrivati a un accordo, ma le notizie infondate sul testamento di questa povera persona che non c’è più e il fango buttato sulle Benedettine ha fatto naufragare tutto. Questo atteggiamento ha esasperato gli animi disegnando, agli occhi degli immigrati, la parte proprietaria e il comune come nemici: in realtà le parti proprietarie sono state sempre disponibili a prorogare lo sfratto e a non dare esecuzione. Noi avremmo avuto bisogno di un clima molto più disteso».

Non sarà facile trovare abitazioni con prezzi così ridotti come quelli delle Giravolte, vero?

«Il problema è che quelle famiglie sono lì da vent’anni. Ci sono 17 persone con cui dialoghiamo, ma non sappiamo quante persone vengono accolte in una stanza. Oggi c’è tutto un lavoro di mediazione, ma gli animi sono esacerbati».

Qual è la soluzione proposta dal Comune di Lecce?

«La soluzione l’abbiamo già trovata all’inizio di luglio: in emergenza, abbiamo le case della comunità Emmaus(nelle vicinanze della comunità delle Benedettine), per gli uomini e la casa Nazareth per le donne, perché c’è una convenzione con il Comune per l’emergenza abitativa. Nella comunità Emmaus c’è una situazione decorosa e accogliente, l’ho accertato di persona: si tratta, chiaramente, di una soluzione tampone, fino all’individuazione di appartamenti che possano essere affittati a prezzi modici. Stiamo cercando di attuare anche il progetto di intermediazione immobiliare ‘Asia’: si tratta della messa a disposizione degli appartamenti per una cifra irrisoria. Non so ancora come si dovrebbe attuare questo progetto a livello locale: stiamo studiando».

Il suo assessorato, intanto, sta svolgendo un ruolo di mediazione nell’individuare nuovi appartamenti da affittare a queste persone?

«Sì, anche se abbiamo trovato spesso diffidenza e pretese eccessive: i proprietari di appartamenti sono restii, perché hanno paura dell’insolvenza. Il Comune cerca di rassicurarli».

La proposta di Salvemini è irricevibile?

«Il consigliere Salvemini ha partecipato anche al tavolo di due giorni fa e anch’io ho collaborato con lui, fornendo documenti, per fargli capire la situazione. Lui proponeva di risanare e ristrutturare le case con i soldi pubblici, ma si tratta di interventi troppo onerosi e lunghi: bisognerebbe programmare e progettare tutto nel rispetto delle leggi e delle norme igieniche. Salvemini sostiene che il Comune può intercettare dei bandi di finanziamento che possono consentire l’intervento, ma non è così semplice. Intanto, dobbiamo portarli fuori da quelle case, perché sono a rischio. Se riuscissimo a trovare i soldi, per noi sarebbe una manna dal cielo. La proposta di Salvemini potrebbe diventare un progetto a lungo termine: ora sono necessarie altre soluzioni».

Lei ha ricordato che ci sono anche famiglie leccesi senza una casa.

«Questa mia affermazione è stata mal interpretata. Io ho solo risposto a un immigrato che diceva che agli immigrati spetta un diritto in più. Io ho risposto che la povertà non ha colore. Ogni giorno ho richieste di abitazioni e lavoro: ci sono nuclei familiari, con minori, costretti a lasciare appartamenti, che vengono a chiedere aiuto al Comune. Io devo trattare tutti allo stesso modo. È impossibile vivere con distacco questi drammi».

Cambiamo argomento: voglio chiudere questa intervista con una domanda di grande attualità. Lecce avrà mai un registro per le unioni civili, com’è avvenuto a Trepuzzi?

«No, io contesto anche la denominazione del registro delle unioni civili, guardi dove arrivo: se uno che non vuole sposarsi, è allergico alla formalizzazione sociale del legame di coppia, perché vuol parlare di registro?».

Per usufruire di alcuni servizi comunali.

«E qui posso darle pure ragione, però se non fossero sufficienti le norme che già ci sono, io sarei la prima a fare una battaglia, ma il vero sentimento non può essere a tempo».

Quindi, lei dice alle coppie etero che se vogliono i servizi riservati alle famiglie devono sposarsi, e come la mettiamo con le coppie omosessuali?

«I diritti degli omosessuali devono essere tutelati, ma devono essere garantiti tenendo presente che solo il matrimonio eterosessuale è una ricchezza tutelata dalla nostra Costituzione e che non possiamo avallare la deresponsabilizzazione dei sentimenti».

Gaetano GORGONI

 

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