«I dati di mortalità oncologica registrano da tempo un aumento in Puglia e più ancora nella provincia di Lecce. Si va esaurendo quella differenza virtuosa a nostro favore nei confronti del Nord».

Con questo incipit, la sezione salentina della Lega Italiana per la lotta contro i tumori diffonde, sul suo sito, i numeri relativi all’incidenza del cancro nella nostra provincia.
I dati sono chiari, oggettivi: Lecce primeggia in Puglia per la mortalità scaturita dal cancro e sta rischiando di raggiungere le città del nord, quelle industrializzate. Il dott. Giuseppe Serravezza, presidente della Lilt di Lecce, combatte da anni a fianco dei malati di tumore: con lui abbiamo parlato, nell’intervista che vi proponiamo, dello scontro tra gli ambientalisti di Taranto e il governo, ma anche di assistenza oncologica nella provincia di Lecce.

Dottor Serravezza, tutto sommato le affermazioni di Clini, anche se l’hanno fatta irritare, hanno il merito di aver riacceso il dibattito sulla crescita delle morti oncologiche nel Salento, vero?

«Il fatto che a Lecce ci sia una mortalità superiore a Taranto non può essere usato come argomento per scagionare l’Ilva. Pochi mesi fa, con le nostre pubblicazioni, abbiamo cercato di attirare l’attenzione delle istituzioni, ma siamo stati ignorati. Ora, grazie a questo intervento del ministro, anche se poco corretto, finalmente se ne parla. Si cita un fatto drammatico per noi, per un fine insulso, cercando di sminuire il caso Taranto: questa è una cosa da irresponsabili, che fa molta rabbia, specie quando non si fa nulla e non si programma nulla per tutelare i cittadini».

I vostri dati sono inoppugnabili?

«I dati si ripetono ineluttabilmente da 15 anni. A Lecce, tanto per dire, nel 2008 sono morte 2080 persone: ben il 22 per cento in più rispetto a quelle previste dalla media pugliese; a Taranto la crescita è del 10 per cento, quindi, noi li superiamo.Ogni anno il 22 per cento in più rispetto alla media pugliese. Ben 215 morti in più a Lecce, rispetto a Bari, Foggia, Brindisi e Bat. I nostri dati non sono fesserie fatte così: il ministro venisse a parlare con noi, che gli spieghiamo come stanno le cose. Tutto è fatto scientificamente, con dati Istat, dell’Osservatorio Epidemiologico Pugliese e dell’Istituto Superiore di Sanità: il nostro lavoro è stato quello di renderli omogenei, con un metodo scientifico di calcolo, analizzando il dato non in maniera assoluta, ma raffrontandoli con le varie regioni in un arco di tempo di vent’anni».

Primi in Puglia, ma rispetto al resto d’Italia come siamo messi?

«Un giornale salentino ha esagerato dicendo che siamo tra i primi in Italia. Secondo i nostri dati, stiamo raggiungendo i livelli dei paesi del nord, quelli con più industrie, mentre prima eravamo il 25-30 per cento in meno rispetto alle regioni con un alto tasso, come Lombardia e Luguria: ora questo gap virtuoso lo abbiamo bruciato. Da dieci anni, però, il trend nel nord Italia è verso la riduzione, mentre il trend del tasso di mortalità oncologica del sud aumenta continuamente».

Perché a Lecce la mortalità oncologica è più alta di Taranto? Lei ha una tesi ben precisa, vero?

«Qualcuno dice che è il Radon, altri che si fuma maggiormente: ognuno dice le sue fesserie, perché studi finalizzati all’individuazione delle cause non ce ne sono».

Però, anche lei ha messo fuori la teoria dei venti che porterebbero su Lecce il fumo dell’Ilva e di Cerano.

«Qualcosa la Lilt l’ha fatta dal punto di vista dello studio delle cause, insieme al Cnr: dallo studio dei venti si conoscono i percorsi che quelle sostanze fanno. Il Cnr è venuto a monitorare il percorso qui, qualche hanno fa, e ha rintracciato particelle provenienti dalle ciminiere di Taranto a Tricase. Si tratta di rilievi scientifici. I venti spostano i veleni fin qui: gli studi sono netti, chiari e in linea con quello che si sapeva già nel passato. Qualche stupido si scandalizza per questo, ma noi salentini conosciamo la potenza dei venti: quando piove, da Scirocco, abbiamo la sabbia libica del deserto che piove sulle nostre macchine. Al di là di ogni studio, basta il buon senso. Se quelle ciminiere quantizzano tonnellate all’anno di sostanze emesse, queste sostanze da una parte devono andare: quindi, vengono disperse su un territorio vastissimo, contaminando anche il sottosuolo. A sud di Cerano, sono state poste sotto sequestro delle aree enormi perché contaminate: impregnate di arsenico e altri veleni. Buona parte di questi veleni, come dimostrano gli studi del Cnr, sono giunti fino a Lecce, viaggiando attraverso l’aria».

E a Lecce cosa c’è di tanto velenoso da incidere sulla mortalità oncologica?

«Si pensi agli effetti della vecchia Saspi, che durano negli anni, o alla Coopersalento, ai cementifici e agli opifici: tutto questo unito ai veleni dell’Ilva e di Cerano è un cocktail micidiale. Poi, il problema più grande è che le nostre viscere sono piene di porcherie da oltre 40 anni».

In che senso? Anche noi abbiamo avuto la nostra “Gomorra”?

Dagli anni sessanta in poi sono stati interrati rifiuti speciali in ogni parte del Salento: siamo stati avvelenati. La Procura di Lecce conosce bene questo problema: rifiuti speciali da ogni parte d’Europa sono stati portati qui. Un commercio clandestino di rifiuti, soprattutto dal Montenegro, nascosti nelle nostre cave abbandonate e in altri posti. La Guardia di Finanza conosce bene il problema: è stato nascosto di tuttotra gli anni sessanta e gli anni ottanta, come si è visto a Ugento. Qui c’è da lavorare non per salvare l’industria, ma per bonificare tutto il territorio».

Qualcuno dice che questo è il prezzo del progresso.

«Noi siamo in Africa: negli altri paesi europei questi problemi sono stati risolti vent’anni fa, pagando un prezzo altissimo. La Valle della Ruhr, in Germania, abbiamo imparato a scuola che cos’era: ora producono del buon vino, che fa concorrenza a quello italiano, ma per 70-80 anni hanno dovuto investire risorse di ogni tipo per recuperare quel territorio contaminato. Loro hanno pagato, hanno preso atto e hanno pianificato la bonifica e lo sviluppo di quel territorio. Noi siamo ancora all’inizio: quello che passiamo noi con l’Ilva loro lo hanno passato negli anni ‘70».

E cosa dovremmo farne di Cerano o dell’Ilva?

«Cerano dev’essere convertita a metano. Anche nel siderurgico ci sono tecnologie fantastiche a impatto zero. L’Ilvaha completato il suo ciclo: è un impianto vecchio che non è assolutamente sostenibile. Qui a Lecce, invece, abbiamo problematiche enormi che riguardano il nostro sottosuolo tutto pieno di rifiuti: i magistrati ci stanno lavorando su».

L’assistenza ai malati oncologici è garantita o si fa troppo affidamento sul volontariato?

«La situazione va meglio, ma si potrebbe fare molto di più se la politica facesse qualche passo indietro: dalle nomine dei direttori generali ai primari, tutto viene ancora deciso dalla politica. Non si lascia spazio ai giovani e validi professionisti: il sistema clientelare è ancora vivo. Poi, se parliamo di assistenza domiciliare, mi sembra assurdo che ci si basi tanto sul volontariato. Si tratta di ‘Livelli Essenziali di Assistenza’, che vuol dire garantire servizi. In Puglia le Asl dicono che non sono in grado di accollarsi questo servizio e chiedono aiuto al volontariato, ma il volontariato dovrebbe aggiungersi al pubblico, non sostituirsi».

In cifre, quanti soldi vi servono per poter funzionare bene e quanti ne vengono erogati effettivamente?

«La Asl solitamente dà un contributo per cento pazienti dell’area sud, la nostra, e cento per l’area nord, che è gestita dai volontari dell’Ant. Noi, però, serviamo in media 550-600 pazienti all’anno: sono tanti. La cosa dovrebbe essere inversa: l’Asl dovrebbe svolgere il servizio e noi dovremmo intervenire per altri servizi, come quello psicologico. Ci sono tanti sperperi, tanti denari che si spendono inutilmente, c’è troppa politica: a volte decidono i segretari di partito e i tecnici subiscono i condizionamenti».

Gaetano GORGONI

 

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