«Il Pdl è già esploso», l’on. Alfredo Mantovano non nasconde le difficoltà che sta attraversando il suo partito e in questi giorni offre la soluzione: «Azzeramento per ripartire».

Nel Popolo delle Libertà ci sono autorevoli esponenti in sintonia con l’ex sottosegretario, in primis il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e il senatore Gaetano Quagliariello, che si contende la leadership pugliese con Fitto.
Non è un caso che questo gruppo proverà a fare passi in avanti in Puglia: il 6 ottobre si svolgerà, a Villa Romanazzi Carducci, un incontro al quale parteciperanno, oltre all’onorevole Mantovano, Azzolini, Alemanno e Quagliariello.

Onorevole Mantovano, lei ha dichiarato più volte che è necessario azzerare il Pdl, ci spiega meglio?  Vuole realizzare una piccola rivoluzione interna?

«L’elettorato del Pdl, quello moderato, non è scappato, non è passato dall’altra parte: ha solo deciso, nella sua maggioranza, di non votarci, perché non è soddisfatto di come sono andate le cose ultimamente. Uno dei modi per ristabilire un legame tra questo elettorato e chi può rappresentarlo è di fare entrare nuove energie: soprattutto coloro che non hanno alle spalle un’esperienza politica, ma sono esperti nei propri settori professionali, nel settore dell’economia e hanno voglia di spendersi politicamente a fianco di chi, avendo esperienza politica nel centrodestra, è ancora presentabile e ha un curriculum positivo alle spalle».

Insomma, come dice Berlusconi, «bisogna far dimenticare Fiorito».

«Fosse solo Fiorito: il problema non è soltanto lui. È uno degli esponenti più grossi, in tutti i sensi, ma non è soltanto lui».

Però, anche questa nuova discesa in campo di Berlusconi non convince molti colonnelli del Pdl, oltre al fatto che è stata un flop nei sondaggi. Il popolo di centrodestra non ha risposto con entusiasmo: è tutto fermo al 20 per cento. Forse non è la mossa giusta, non crede?

«Questo è ancora difficile dirlo, perché ci sono molte variabili che vanno sciolte: la principale è quella relativa alla legge elettorale con la quale si dovrà votare. Lo scenario più prevedibile è che si vada verso una ricomposizione dei moderati in Italia e che Berlusconi continui a dare il suo contributo importate e fondamentale. Berlusconi è il centrodestra in Italia e ne è stato la guida fino a poco tempo fa: quale ruolo dovrebbe avere, lo deciderà lui, ma il contesto è ancora da definirsi».

A proposito di legge elettorale, siamo ancora in alto mare. Quale modello vincerà in Parlamento?

«La legge elettorale va cambiata, lo vogliono tutti, ma sul come si sta discutendo».

Non si rischia di avere un atteggiamento gattopardesco? Si fa finta di volerla cambiare per poi ritrovarsi in campagna elettorale, tra una discussione e l’altra, senza una nuova legge?

«Se fosse così, sarebbe un’ulteriore sconfitta della politica, ma nessun partito deciderà questo. Si tratta, però, di trovare un’intesa sui punti chiave, alcuni dei quali sono ancora molto controversi: si pensi alla dialettica tra collegi e preferenze, tra premio di maggioranza e premio di partito. Quindi, non sono interrogativi di poco conto».

Intanto, non si potrebbe cominciare col ripristinare le preferenze?

«Io ritengo, intanto, che non ci sia nessuna legge elettorale perfetta: tutte hanno controindicazioni ed effetti collaterali. Non bisogna illudersi che cambiando la legge elettorale si cambi sistema o ci sia una sorta di palingenesi. La legge elettorale non è la bacchetta magica. Oggi, di fronte alla disaffezione della gente per la politica, l’unico modo per combatterla è coinvolgere l’elettore: il collegio è meglio della lista imposta, ma può far accadere che l’elettore conosca il proprio candidato solo il giorno della presentazione delle candidature, solo perché è stato inserito da fuori. Con le preferenze, invece, si sceglie direttamente, ma la controindicazione è quella di rischiare spese elettorali eccessive, comunque è il sistema che permette, in questo momento, una maggiore partecipazione».

Nel Pdl c’è un «asse alternativo», che parte da Roma, con Alemanno Quagliariello e Mantovano: in cosa è diversa la vostra ricetta, rispetto ai “fittiani”, per risollevare il partito?

«Intanto non siamo in cucina e, poi, l’intento della manifestazione che si svolgerà il 6 ottobre, alle 10, nell’Hotel Villa Romanazzi Carducci di Bari, a cui tutti sono invitati, al di là dell’appartenenza o meno a un partito o a uno schieramento, è quello di dimostrare che le ultime vicende non hanno cancellato la passione e la voglia di fare politica con la “P”maiuscola. Chi organizza questa manifestazione, ha questa passione e può farlo a testa alta. Soprattutto bisogna essere in grado di proporre contenuti: si parlerà di ambiente, salute, lavoro, turismo. Tutto questo viene fatto “per”, non “contro”: non c’è un taglio polemico contro nessuno. Si arriverà a questo appuntamento con un documento che sarà la base della manifestazione e di incontri successivi con associazioni di categoria e volontariato: cioè tutta l’articolazione sociale e civile della Puglia».

Si tratta di prove di dialogo e di radicamento sul territorio del vostro gruppo, giusto?

«Esatto. Anche la composizione dei relatori, la presenza dei senatori Quagliariello e Azzolini vuol sottolineare che non c’è una dialettica interna tra ex An ed ex Forza Italia, ma c’è una volontà di parlare di cose concrete, superando le distinzioni, che spesso sono artefatte».

Però, nel partito c’è chi non gradisce più il ritorno in campo di Berlusconi, c’è chi vuole cambiare. Esiste una situazione interna conflittuale, vero?

«Beh, come credo che la dialettica interna tra ex An e forzisti sia stata superata dai fatti, così credo che vada respinta la polemica tra giovani e anziani, vecchi e nuovi. Nel Lazio i protagonisti dello scandalo sono giovani e nuovi: il problema non è il certificato anagrafico, ma se c’è la competenza, la trasparenza e la voglia di spendersi. Quindi, c’è posto per tutti e tutti hanno voce in capitolo, se non corrispondono a un’immagine o alla voglia di far fuori altri, ma se hanno delle proposte concrete».

Non si può negare il malumore che c’è anche a livello locale. Persino il sindaco Perrone, anche in tempi non sospetti, ha dichiarato che la rivoluzione liberale di Berlusconi non si è mai realizzata.

«Il sindaco di Lecce è partecipe di un’iniziativa con altri sindaci nel centrodestra che si sta concretizzando in queste ore. Io credo che tutto quello che è discussione propositiva possa fare solo bene. Il sindaco è il politico più vicino ai cittadini, perché ha un contatto con la vita quotidiana e, quindi, se parla, di basa su una costatazione diretta».

La Sicilia è un banco di prova importantissimo. Se il Pdl cadrà lì, si farà molto male. Oggi l’Udc va con il Pd, una prova da trasporre anche a livello nazionale.

«L’Udc è alleato con il Pd: appoggiano Crocetta, il cui profilo mi sembra più prossimo alla sinistra estrema che agli orientamenti dell’elettorato centrista. Il dialogo con l’Udc dovrà essere aggiornato all’indomani delle elezioni in Sicilia».

È già stato detto che se perde in Sicilia, il Pdl esplode.

«Il Pdl è già esploso, ma va ricostruito. In Sicilia, probabilmente, il candidato del centrodestra vincerà le elezioni».

Qual è il futuro di Lecce, in questo periodo di tagli uniti con i debiti pregressi? Ci riavviciniamo pericolosamente al dissesto?

«Ho fiducia nelle capacità del sindaco Perrone, che ha già dimostrato di saper reggere a situazioni difficili, anche se i tagli sono tali da non far dormire sonni tranquilli. I tagli sono dettati dalla necessità e riguardano la vita di tutti. Perrone ha capacità ed equilibrio: ce la farà».

A proposito di tagli, è stata inserita la retromarcia sul tanto osannato federalismo. Ora è diventato un male e la riforma del titolo V della costituzione uno sbaglio: lo leggiamo su tutti i giornali.

«Bisogna evitare di essere schizofrenici, passando da un estremo all’altro: io ho votato contro la riforma, come il centrodestra dell’epoca, e ho votato contro nelle riforme successive che hanno interessato lo stesso versante, conferendo poteri alle regioni. Il tema è serio e importante: sin ora si è parlato soprattutto di cessione di sovranità dello Stato nei confronti dell’Unione Europea. Mi auguro che ci sia una discussione approfondita, fatta con esperti, sui problemi dettati dalla cessione di sovranità, che è avvenuta, dallo Stato alle Regioni. Non sempre i confini sono stati chiari e questo ha creato una sequela di conflitti di attribuzioni e competenza. Non tutte le regioni hanno dimostrato di avere un apparato adeguato a queste competenze. Non si può tornare al punto di partenza, ma una revisione in corso d’opera va fatta».

La prima cosa da fare sono i tagli a rimborsi elettorali e ai gruppi consiliari, lei non crede? Meglio ancora l’abolizione.

«Certamente. Oggi il Corriere della Sera pubblica una tabella in cui si vede che questi rimborsi sono molto diversificati, da regione a regione. In testa alla classifica per i soldi erogati, alla politica e alle istituzioni, ci sono le province autonome di Trento e di Bolzano. Dobbiamo introdurre leggi per rendere omogenei questo tipo di costi e per la loro “finalizzazione”, imponendo un controllo. Un conto è remunerare, per esempio, un addetto alla struttura amministrativa di un gruppo regionale, altrimenti è difficile elaborare proposte di leggi e interrogazioni, altro conto è organizzare una cena: devono essere indicate le categorie delle spese rimborsabili, mettendo un tetto alle spese».

Eliana Degennaro