“C’è un solo modo per uscire dall’angolo in cui siamo stati confinati, un solo modo per ottenere giustizia, oltre quello che ci spetta: interessare la magistratura della nostra vertenza, troppo colma di lati oscuri”.

Per questo chiedono a gran voce di incontrare il procuratore capo Cataldo Motta. Sono gli operai della Ip srl, i 68 dipendenti assorbiti dall’azienda del senatore abruzzese del Pdl, Filippo Piccone, dopo la riconversione- se così si può chiamare- della manifattura tabacchi. Sono tornati in strada, hanno bloccato nella mattinata Via XXV Luglio, ai piedi della Prefettura, mandando in tilt il traffico. Hanno il dente avvelenato più che mai, perché Piccone aveva promesso loro che avrebbe saldato almeno lo stipendio arretrato di giugno entro lunedì, dopo i rinvii continui per tutta l’estate. Ora, però, le mensilità arretrate si sono accumulate e gli operai non si fidano più. Anche perchè sta accadendo qualcosa di insolito. Ad aver ricevuto i bonifici della mensilità di giugno sono stati solo i quattro rappresentanti sindacali di base all’interno dell’azienda. Per tutti gli altri la certificazione non arriva e continua ad essere rimandata di ora in ora anche di fronte al viceprefetto Guido Aprea. “E’ un irresponsabile- attaccano i lavoratori- Piccone sta giocando con le nostre vite”. D’altronde, paradossale è che la produzione di infissi in alluminio, per cui sono stati assunti dopo un anno di mobilità e che doveva partire il 16 aprile, in realtà non è mai stata avviata. Di più, lo stabilimento di Viale della Repubblica continua a rimanere vuoto e ad essere stata installata è solo una linea di taglio automatica che non funziona neppure, stando a quanto affermano i lavoratori. “Se non produciamo com’è possibile trovare i soldi per i nostri salari?”, si chiedono. La risposta la conoscono già. E l’alternativa prospettata dall’azienda la rifiutano a priori: in estate, infatti, Ip srl ha chiesto per loro la cassa integrazione, almeno finchè la fabbrica non verrà portata a regime. Ma loro sanno che il rischio vero è che non si cominci mai ed è per questo che alzano il tiro delle richieste: “indaghi la Procura. E via da qui Piccone. La British American Tobacco, prima di dismettere la produzione di sigarette, si è fatta garante del processo di riconversione. Ma nessuno ha controllato che questo avvenisse. Dev’essere la stessa Bat a trovare un altro investitore serio, perché Piccone non lo è”. Il 19 settembre, a Roma, nell’incontro convocato presso il Ministero dello Sviluppo Economico si arriverà con questa pretesa.

 

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