Il sodalizio smantellato nell’ambito dell’operazione “Tabula Rasa” era organizzato, seppur in parte, alla stregua di un’associazione a delinquere. E’ quanto scrive nelle proprie motivazioni il gip Antonia Martalò con cui il 12 giugno scorso condannò, in abbreviato, i sette presunti componenti del gruppo

specializzato in furti e rapine ai danni di abitazioni, uffici postali e abitazioni private. Il giudice inflisse, per l’esattezza, sei anni di carcere nei confronti di Antonio Fernando Vizzino, 28enne di Supersano, 4 anni e dieci mesi ad Emanuele Toma, 28 anni di Taurisano, 3 anni ed otto mesi a Edoardo Preite, 24 anni di Taurisano, 3 anni ai danni di Antonio Sabato, 35enne, anch’egli di Taurisano. Un anno e sei mesi per Daniele Rocco Marra, 33enne di Supersano, così come per Antonio Malerba, 38enne di Cellino. E che il sodalizio avesse una struttura verticistica il giudice lo specifica quando scrive come “la ripetività degli episodi delittuosi, il coinvolgimento degli imputati Vizzino, Toma, Sabato e Preite, in più episodi, costituiscono indice di sicura rilevanza circa l’esistenza di un gruppo organizzato dedito alla commissione di una serie indeterminata di reati contro il patrimonio”. Prova ne sarebbe, annota il giudice, “una conversazione all’interno di una Ford Focus tra Antonio Vizzino ed Emanuele Toma; i due organizzando un furto presso una gioielleria, espressamente si chiedevano come organizzarla e soprattutto chi coinvolgere: “la dobbiamo fare tutti e due o portiamo tutti?”, sulla scorta delle caratteristiche di ciascuno”. Nelle intenzioni del sodalizio, poi, i furti di auto potevano essere utilizzati per commettere un’estorsione servendosi della pratica del “cavallo di ritorno”, così come era solita agire la vecchia malavita. In una conversazione Toma suggerisce tale ipotesi a Vizzino e Preite mentre i tre si trovano bordo di una Lancia Y rubata. Alla fine, però, il gruppo decide che la “forma di investimento” più sicura risulta essere cedere l’auto ad un ricettatore. Così come in occasione della vendita dei beni provento di un altro furto consumato a Patù, in particolare di una vacca e alla susseguente spartizione del denaro. Il gruppo, anche in questo caso, contatta un potenziale ricettatore, un macellaio di Taurisano. Sempre nel corso dello stesso furto, consumato il 4 novembre del 2010, annota il giudice, la banda si macchia del ferimento mortale del cane di guardia colpito a bastonate. La bestia, ridotta in fin di vita, morì poco dopo e nel corso di una conversazione ambientale intercettata dagli investigatori lo stesso Sabato riferiva: “gli ha ucciso il cane a quello”, facendo così chiaramente intendere che la morte dell’animale non era stato un incidente bensì un atto volontario, probabilmente necessario per consumare il furto. Nella disponibilità del gruppo, poi, c’erano anche armi, fucili, per la precisione. Lo si evince in una intercettazione dello scorso 11 marzo 2011, intercorsa tra il detenuto Emanuele Toma ed il padre, Roberto, “il cui contenuto”, specifica il giudice, “non lascia adito ad alcun dubbio circa il possesso da parte del gruppo di armi da fuoco”. Emanuele Toma, infatti, chiedeva al padre che cosa avesse fatto con i fucili e questi, di rimando, specificava di averli occultati nei pressi della ferrovia.

 

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