La storia ufficiale, come sempre scritta da chi vince, ha contribuito ad alimentare le voci di un esercito borbonico impreparato, male armato ed inconcludente: l’esercito di “Franceschiello”, gettando così un assurdo disprezzo sul sovrano napoletano, le cui colpe erano la giovinezza, il bigottismo

, l’impreparazione e l’impossibilità a controllare gli eventi. La realtà, invece, era ben diversa! Era stato il connubio fra mafia siciliana e camorra napoletana con Garibaldi, finanziato da 3 milioni di sterline della massoneria inglese, a decretare l’annessione del Regno delle Due Sicilie allo Stato sabaudo. La corruzione dilagò fra i generali borbonici, alcuni dei quali successivamente avrebbero ricoperto incarichi prestigiosi nelle fila dell’esercito unitario. Questi alti quadri delle armate napoletane, invece di combattere per arginare l’avanzata di Garibaldi, preferirono lasciare il campo e ritirarsi. Quanto alla truppa, non c’era da discutere sulla sua fedeltà al “giglio” napoletano. I soldati, infatti, per quanto poterono, si batterono come leoni e, non a torto, il giornale umoristico francese “Chirivari” pubblicò un’immagine nella quale figuravano un soldato, un ufficiale ed un generale borbonici: il primo aveva una testa di leone, il secondo una d’asino, il terzo ne era completamente privo.
Secondo il De Sivo, riguardo alla rinuncia al combattimento da parte dei generali: “Un dì che l’esercito tutto schierato era sul piano avanti i Quattroventi, intatto, fremente di giovani forti, cavalli e cannoni, parecchi a vedere le migliaia di baionette luccicanti come onde di mare, piangean di dispetto. Un soldato dell’8° di linea esce di fila, e sclama al Lanza: ‘Eccellenza ve’ quanti siamo? E ce ne andiamo così?’ ‘Va’ rispose ‘ubbriaco”. (De Sivo G., “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”, Rist. II, Napoli, 1964)
A tutto quanto detto, possiamo aggiungere la defezione di alcune eminenti personalità napoletane quali il generale Alessandro Nunziante, l’ammiraglio Acton, successivamente ministro della marina mercantile dell’Italia unita, Leopoldo di Borbone zio del sovrano e conte di Sicilia, Liborio Romano, ex ministro napoletano che consegnò la capitale nelle mani di Garibaldi e successivamente nominato ministro degli interni dello Stato unito, nonché, come abbiamo già visto, rivelatosi anch’egli un caporione della camorra. Tali personaggi infersero la classica pugnalata nella schiena di Francesco II, abbracciando la causa sabauda. Non bisogna, poi, dimenticare che queste defezioni furono notevolmente favorite dall’assidua attività spionistica condotta dagli agenti di Cavour nella capitale ed in altre importanti città del regno, coadiuvati dagli esponenti liberali e moderati che condividevano la linea politica del primo ministro sardo.
Il verificarsi di tutte queste circostanze, permise ai garibaldini di avanzare tranquillamente attraverso la Calabria fino a Napoli, senza dover affrontare alcuna vera battaglia. Eppure vi erano ben sedicimila borbonici in pieno assetto di guerra, pronti a fronteggiare le ormai 4500 camicie rosse che avevano attraversato lo stretto di Messina, città che, nonostante tutto, preferì resistere all’invasore. Come già era avvenuto in Sicilia, anche in Calabria ci fu una totale rinuncia allo scontro da parte dei generali napoletani, cosicché i soldati, in assenza di ordini, si trovarono in una situazione di totale sbandamento e, di conseguenza, cominciarono a nutrire un profondo risentimento nei confronti dei loro comandanti. Montanelli e Cervi ci raccontano in proposito: “Qualche scontro, intendiamoci, vi fu. La conquista di Reggio Calabria costò ai garibaldini 150 uomini. Ma il generale Briganti, che con duemila uomini aveva cercato di prenderli alle spalle, si arrese al primo crepitar di moschetti: e la pagò cara perché, sebbene avesse preso la precauzione di tornare a casa vestito in borghese, fu riconosciuto dai suoi che lo fecero a pezzi e gli bruciarono perfino il cavallo”. (Montanelli I.- Cervi M., “Due Secoli di Guerre”, Ed. Nuova, Milano, 1981.)
La maggior parte della truppa, quindi, restò fedele a Francesco II, contrariamente a quanto affermano numerosi storici di parte sabauda, sentendosi, dunque, tradita dai suoi stessi comandanti e questo, giustifica il risentimento che, purtroppo, sfociava in una vera e propria caccia al traditore.

Cosimo Enrico Marseglia

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