La Chiesa leccese è intervenuta nel dibattito delle unioni civili per bocca di monsignor D’Ambrosio, che ha chiesto di concentrarsi di più sull’aiuto alla famiglia tradizionale. Dopo l’intervista a Paola Concia, vi proponiamo l’intervento di Salvatore Cipressa, docente di Teologia morale ed esponente autorevole del pensiero cristiano-cattolico.

Perché la Chiesa non vede di buon occhio i registri comunali che prendono in considerazione le unioni civili?Mons. D’Ambrosio ha scelto di criticare apertamente la scelta di Trepuzzi.

«Quello che è certo è che non ci può essere alcuna equiparazione di queste unioni al matrimonio e alla famiglia. È vero anche che viviamo in un contesto in cui i diritti individuali stanno prendendo molto piede, però questi diritti individuali vanno coniugati con le esigenze della collettività: esigenze che devono avere una corretta tutela. Quando si trattano questi temi, si entra in un campo minato, pieno di contrapposizioni: si tratta di trovare delle vie comuni di modo che, da una parte,vengano tutelati i diritti delle singole persone e, dall’altra, i diritti propri della comunità».

Ma avere un registro che inquadra le coppie di fatto non è interesse della comunità?

«Il riconoscimento di questo status, se c’è una casa d’affittare e l’affitto debba passare al convivente, nel caso venga a mancare chi pagava prima, o nel caso della reversibilità a livello pensionistico, o altro, è diverso dall’individuare nelle coppie di fatto delle vere e proprie famiglie. Oggi le parole hanno perso il significato che avevano in origine: noi non dobbiamo togliere alla parolafamigliail significato originario, interpretandola con relativismo, in modo tale che ognuno la intenda a modo suo».

Che male c’è nel concedere dei diritti (in questo caso dei servizi) a chi non ce li ha, senza intaccare quelli altrui?

«La Chiesa è un po’ preoccupata, perché in queste commistioni s’intravedono dei pericoli per la famiglia stessa, che potrebbe perdere la propria identità. Nel matrimonio c’è la qualità eterosessuale dei coniugi e questa qualità va salvaguardata, sapendo che la sessualità si gioca non tanto sull’identità, ma su ciò che è diverso da me: questo arricchisce la soggettività stessa».

La Chiesa in che modo giudica l’omosessualità?  L’omosessuale, secondo l’insegnamento cristiano, è un peccatore da redimere?

«Anche su questi temi ho riflettuto abbastanza e ci sono dei documenti che la Chiesa ha elaborato: si pensi alla ‘cura pastorale’ delle persone omosessuali. Ci sono anche i vescovi americano che hanno elaborato dei documenti che vanno nella direzione dell’accoglienza. A livello generale, la Chiesa è per l’accoglienza di queste persone, accoglienza che deve partire dalla famiglia: i genitori devono accettare, accogliere e amare questiloro figli; e anche la società deve accogliere senza discriminazioni queste persone».

Mi scusi, che cosa significa «cura pastorale degli omosessuali»?

«Ogni persona è oggetto di cura pastorale: la Chiesa si prende cura di tutti e di tutte le persone a essa affidate, non solo degli omosessuali».

Mi faccia capire meglio: l’omosessualità è o non è un peccato per la Chiesa?

«L’omosessualità in sé non è peccato, ma la questione si pone circa l’attualizzazione di questa tendenza, cioè se io esplicito questa tendenza in atti. La tendenza in sé non è peccato, ma dipende da come la esplicito. La persona è più grande della tendenza: la tendenza è un’espressione della persona, ma è la personalità che deve emergere, più che la tendenza omosessuale».

La Chiesa è disposta a ricevere l’eredità del cardinale Martini: quell’apertura al dialogo con gli atei e con gli agnostici nella ricerca di valori comuni?

«Apprezzo molto l’operato del cardinale Martini: più che alzare muri, ha cercato di creare ponti e di andare incontro a tutti. Si pensi alla ‘Cattedra dei non credenti’(incontri avviati nel 1987 con i non credenti) in cui tutti esprimono le proprie ragioni anche nei confronti della fede: con tutti si possono trovare punti di contatto sui valori che ci uniscono. A volte le questioni si pongono solo a livello di linguaggio, ma su tante questioni si può trovare un’intesa maggiore dialogando».

Perché la Chiesa non vuole rinnovarsi aprendo al sacerdozio per le donne e abbandonando il vincolo del celibato? I padri ortodossi si formano una famiglia e svolgono una funzione pastorale spesso dello stesso livello e con lo stesso impegno dei nostri sacerdoti.

«Ho scritto un libro sul tema del celibato, come lei ben sa, ‘Celibato e sacerdozio’: in quel libro c’è la testimonianza di un prete uxorato, Nicola Cuccia, che vive la sua condizione coniugale, ma, certamente, la questione è complessa. C’è una tradizione nella Chiesa orientale e una tradizione nella Chiesa latina da rispettare. Ci sono dei pro e dei contro di fronte a situazioni così complesse. Non è facile essere sintetico su questa grande questione. Però, posso dire che su queste problematiche si dibatte ancora dal punto di vista teologico, comunque, si tratta di un paradigma che nel tempo potrebbe essere modificato».

Perché non è possibile avere donne prete?

«Perché nel gruppo dei dodici c’erano solo uomini. Maria era una figura più importante, ma nel gruppo dei dodici ha avuto un ruolo ben diverso, avendo generato Cristo, l’autore della vita. La questione è da vedere, avendo presente quella che è la volontà di Cristo. Certo, in Dio ci sono aspetti paterni e materni: Dio è padre, Dio è madre. Questo non significa che ci sia discriminazione nei confronti delle donne: ci sono altre soluzioni che sono espressione del genio femminile. C’è un ruolo per tutti all’interno della Chiesa, ma nessuno può pretendere di ricoprire certi ruoli».

Gaetano GORGONI

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