Continua il braccio di ferro tra Asstel da una parte e lavoratori e sindacati del settore telecomunicazioni dall’altra in merito alla cruciale questione del rinnovo del contratto collettivo nazionale di settore, scaduto da oltre un anno.

Le proposte avanzate dall’associazione confindustriale delle imprese di Telecomunicazioni continua a non soddisfare operatori e parti sociali. La giornata di sciopero proclamata appena un mese fa (17 settembre) non ha sortito gli effetti sperati nonostante l’ampia adesione, visto che il tavolo delle trattative si è chiuso subito dopo essersi riaperto: l’irremovibile posizione di Asstel e i termini contrattuali messi sul piatto sono stati ritenuti dai sindacati di settore, all’unanimità, praticamente irricevibili, tanto da far naufragare qualsiasi tipo di accordo.
Inevitabile dunque un nuovo atto di protesta da parte delle parti sociali che si è tradotto in una seconda giornata di sciopero nazionale: ieri infatti gli operatori di call canter di tutta Italia hanno lasciato a casa le proprie cuffie per rivendicare alcuni diritti fondamentali che, a loro avviso, le richieste di Asstel metterebbero pesantemente in discussione.
Il pericolo che la protesta mette in evidenza è quello della insostenibile precarizzazione di un settore già fortemente colpito. L’obiettivo delle aziende del settore, denunciano le parti sociali, è quello di abbattere i costi sfruttando i nuovi mercati che si aprono soprattutto a Est e ottenendo la massima flessibilità sul mercato nazionale.
Massima produttività al minor costo possibile sono le parole d’ordine di Asstel che sul tavolo piazza una serie di punti utili a raggiungere lo scopo davanti ai quali SLC (CGIL), FisTel (CISL) e Uilcom (UIL) hanno opposto un secco no: il mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia (con il vecchio contratto a acrico del datore di lavoro), la messa in campo di trumenti per il controllo a distanza della produttività, l’utilizzo dei permessi retribuiti nell’ambito di attività aziendali, oltre a cospicue riduzioni salariali sono alcuni dei punti in questione ma la tutela del posto di lavoro resta il principale oggetto del contendere: le esternalizzazioni “selvagge”, denunciano i sindacati, stanno metterebbero in pericolola stabilità di un numero elevatissimo di lavoratori che da un giorno all’altro, nell’ambito di pseudo-riorganizzazioni aziendali e cessioni di razmi d’azienda, rischierebbero, senza le necessarie tutele sancite da un contratto collettivo nazionale, di trovarsi senza lavoro e senza le garanzie minime.
Per questo la cosiddetta “clausola di salvaguardia” è la prima irrinunciabile richiesta delle parti sociali, un pacchetto di misure che tuteli la conservazione del posto di lavoro, condizione necessaria per riaprire il tavolo delle trattative.
Ieri dunque braccia incrociate per una protesta che si è tradotta in una manifestazione nazionale andata in scena per le strade della capitale: i numeri e il colpo d’occhio confermano le dimensioni e l’importanza della mobilitazione. Al corteo che si è snodato da Piazza Repubblica a Piazza S.ssimi Apostoli, passando per via dei Fori Imperiali, ha visto l’adesione di circa 20.000 persone (da stime non ufficiali), un lungo corteo che ha fermato il suo passo davanti al palco da cui hanno parlato i dirigenti sindacali e da cui molti lavoratori hanno raccontato le proprie esperienze di precarietà.
Se il numero di partecipanti alla manifestazione romana non è stato da record (seppur significativo), straordinaria è stata l’adesione dei lavoratori che su tutto il territorio nazionale ha raggiunto vette di oltre il 90 %.
Anche nel Salento il popolo degli operatori di call center ha fatto sentire la propria voce spegnendo i propri telefoni. La sede leccese di Comdata ha registrato il 75-80% di assenze mentre è clamorosa l’adesione del 99% registrata presso il call center casaranese Call&Call. Numeri meno importanti per Transcom, con il 45% di adesioni, dato però condizionato dalla forte presenza di lavoratori interinali (a tempo determinato).
La partita dunque resta aperta e i sindacati, forti della riuscita di questa mobilitazione, attendono con fiducia un segnale da Asstel per la riapertura di una trattativa che accontenti tutte le parti in causa. Intanto il governo, nello specifico il Ministero dello Sviluppo economico, è in stand-by: i sindacati auspicano che la vertenza si chiuda senza che venga richiesto un ufficiale intervento governativo che potrebbe portare ad effetti indesiderati.

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