Avrebbero indotto Rosario Longo, 83enne di Collepasso, a sottoscrivere un atto di donazione e un testamento pubblico a loro favore quando ormai l’anziano era sul punto di morte perché tormentato da un tumore maligno. Con l’accusa di circonvenzione d’incapace tre persone risultano indagate.

Si tratta di due vicini di casa dell’anziano, i coniugi Salvatore Ria, di 67 anni, e la moglia, Annarita Reo, di 60 e di Tommaso Greco, 53 anni, quest’ultimo delegato al ritiro delle somme dal libretto postale dell’anziano, tutti di Collepasso. Dopo l’opposizione della parte offesa rappresentata da Quintino Longo, nipote dell’anziano, alla richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore Stefania Mininni, in giornata il gip Alcide Maritati ha emesso un’ordinanza con la quale ha disposto un incidente probatorio da effettuarsi attraverso una perizia medico-legale. Lo psichiatra e medico legale, Domenico Suma, dovrà verificare lo stato di infermità e di deficienza psichica di Rosario Longo, nel periodo dal 2009 al 19 settembre del 2010, data del suo decesso. Secondo quanto denunciato dal nipote, la vicenda prende le mosse alla fine del 2009 quando l’anziano zio incomincia ad accusare gravissimi disturbi alla prostata ed alla vescica e per il disbrigo di pratiche, l’acquisto di medicinali e visite di controllo, l’anziano si fa aiutare da Greco. Nel contempo, con il progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute, i vicini incominciano a dimostrarsi particolarmente attenti e solerti nel prestare le proprie cure all’anziano. Secondo quanto espone il nipote, a sua insaputa, il 22 giugno del 2010, in ospedale, senza che qualcuno informasse primario e capo sala viene sottoscritto un testamento pubblico con cui lo zio dichiara eredi universali i vicini di casa e Greco. Successivamente, il 12 luglio, viene redatto un ulteriore atto (questa volta di donazione) sempre in favore degli stessi tre beneficiari, (la casa dell’anziano e un terreno edificabile a Collepasso) nonostante fossero stati già nominati eredi universali con il precedente testamento. In tal modo, il nipote sarebbe stato estromesso da qualsiasi diritto per effetto di quell’atto notarile. Da qui l’opposizione alla richiesta di archiviazione motivata da alcune argomentazioni così come si legge nell’atto redatto dagli avvocati Francesca De Paolis e Fabio Zeppola: lo zio, al momento della sottoscrizione della scheda, si trovava ricoverato presso l’ospedale di Gagliano del Capo in gravissime condizioni di salute tali da far venire meno la sua capacità di intendere e di volere e lo stesso notaio avrebbe manifestato le proprie perplessità quando ascoltato dai carabinieri avrebbe dichiarato: “Mi ero già recato una prima volta presso l’ospedale di Gagliano del Capo una prima volta e precisamente nel giugno del 2010 per far sottoscrivere il testamento ma in considerazione che Longo versava in situazioni precarie di salute tanto da non essere capace di esprimersi sono dovuto andare via”. Con i risultati dell’integrazione probatoria, tutti i dubbi che aleggiano sull’intera vicenda potrebbero essere definitivamente fugati e il gip, a quel punto, disporre l’archiviazione del procedimento o ordinare l’imputazione coatta degli indagati, questi ultimi difesi dall’avvocato Daniele Gatto. Il legale precisa come due sentenze emesse nei mesi scorsi dal Tribunale Civile di Galatina e di Lecce, poi, quest’ultimo in composizione collegiale, abbiano attribuito la legittimità a detenere i beni di Longo agli odierni indagati.

 

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