Foto Giulio SchirosiPer prima cosa Gualtieri VI di Brienne cercò di guadagnarsi l’appoggio del pontefice Giovanni XXII che, nel giugno 1330, scomunicò i Catalani, appropriatisi dei beni del Conte di Lecce in Grecia, con una bolla dalla sede papale di Avignone.

L’anno successivo, arruolati circa ottocento cavalieri, Gualtieri si imbarcò a Brindisi, dirigendo le vele verso la Grecia. Giunto ad Arta, fu subito attaccato dai Catalani ma, questa volta, i cavalieri ressero bene l’urto quindi contrattaccarono, disperdendo il nemico e costringendolo ad una rotta disordinata. Tuttavia si trattò di un fuoco di paglia perché, poco dopo, i Catalani si riorganizzarono e, poiché non potevano prevalere in uno scontro campale, costrinsero le forze di Gualtieri VI ad una sorta di guerriglia, fatta di imboscate e scaramucce che, in breve tempo esaurirono le risorse finanziarie del Conte di Lecce, che si vide costretto a rientrare in Italia.
Tre anni più tardi, nel 1334, dopo aver stipulato un accordo con Caterina di Valois, seconda moglie vedova del Principe di Taranto Filippo d’Angiò, imperatrice titolare di Romania, che volle finanziare l’impresa, Gualtieri VI tentava ancora una volta di riprendere il Ducato di Atene. Questa volta, però non fu a causa delle armi che l’impresa fallì, infatti la suddetta Caterina, invaghitasi del mercante fiorentino Niccolò Acciaiuoli, si recò sul teatro bellico insieme all’amato, affidandogli la direzione di tutti i suoi interessi. Sentitosi ferito nell’orgoglio, il Conte di Lecce abbandonò l’impresa e rientrò ancora una volta in Italia.
Recatosi ad Avignone, Gualtieri cercò di perorare nuovamente la sua causa davanti al pontefice ma questa volta Giovanni XXII si dimostrò indifferente. Durante la sua permanenza nella città provenzale, conobbe alcuni mercanti fiorentini che lo spinsero ad interessarsi delle sorti della città toscana. Dopo breve tempo, eccolo a capo della Signoria di Firenze, in un’impresa sfortunata culminata con la sua cacciata il 26 luglio 1343. Rientrato in Francia, dal momento che nel frattempo era diventato vedovo, sposò in seconde nozze Giovanna, figlia del Conte d’Eu e di Guines. Rientrato con la moglie a Lecce, Gualtieri trovò il Regno di Napoli nella più totale anarchia baronale. In questo periodo provvide a fortificare Roca e ad erigerne il castello, le cui rovine sono tuttora visibili, facendo della cittadina il porto di Lecce, mentre nella capitale della contea venne costruito il monastero e la Chiesa di Santa Croce.
Ma il periodo di pace durò poco, infatti, in seguito alla suddetta anarchia baronale che dilagava nel regno, il Conte di Caserta, Filippo della Ratta, pose sotto assedio Lecce, nel tentativo di toglierla ai Brienne ed aggiungerla ai suoi domini. L’impresa fallì poiché il Conte di Lecce seppe difendere molto bene la sua città. Dopo qualche tempo Gualtieri VI ricambiò il favore ponendo sotto assedio Brindisi, uno dei domini del della Ratta ma anche in questo caso l’impresa fallì.
Nel frattempo, in Francia, cominciava la Guerra dei Cento Anni contro l’Inghilterra ed il Conte di Lecce corse subito in difesa della sua terra di origine, dando prova di grande valore ma cadendo, seppur eroicamente, nella Battaglia di Poitiers.
Gualtieri VI non aveva eredi diretti, pertanto i suoi beni passarono nelle mani della sorella Isabella che, nel 1320, aveva sposato il nobile francese Gualtieri III d’Enghien e dal matrimonio erano venuti quattro figli maschi: Giovanni, Luigi, Gualtieri e Sigieri. La Contessa di Lecce pensò di dividere i diversi domini fra tutti i suoi figli, così la Contea di Lecce andò a Giovanni, quella di Conversano a Luigi, Brienne a Sigieri, mentre a Gualtieri toccarono i resti del Ducato di Atene.
Delle opere compiute da Giovanni, in qualità di Conte di Lecce, abbiamo poche notizie, salvo il fatto che provvide a rinforzarne le difese. Aveva sposato Sancia del Balzo, figlia di Bertando e di Beatrice d’Angiò, dalla quale aveva avuto un figlio maschio, Pietro, e due femmine, la celebre Maria ed un’altra che fu badessa in Conversano. Giovanni d’Enghien morì nel 1373 e gli successe il figlio Pietro.

Cosimo Enrico Marseglia

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