“Quando il viaggiatore si allontana dalle strade principali, ne ottiene sempre delle grandi ricompense”.  Josè Saramago. Una profonda verità che in questa terra sembra ancora più evidente, tra il blu del mare ed il verde argenteo degli ulivi secolari, oggi come ieri.

Nel Salento, in questo lembo estremo d’Italia, da sempre terra di confine tra oriente ed occidente, non è solo il mare cristallino da cartolina, circondato da ameni paesaggi ad affascinare gli abitanti del luogo ed i numerosi turisti che in qualsiasi periodo dell’anno, puntualmente, lo scelgono come meta per trascorrere le proprie vacanze, ma anche i menhir preistorici, i frantoi ipogei, i palazzi barocchi, le chiese rupestri, la flora e la fauna che  costituiscono le magiche tessere di un suggestivo ed immenso puzzle, da comporre accuratamente! Quando dicesi vita bucolica…
In particolare, non si vedono più, nel giorno dei morti, i “frantoiani” scendere le scale di pietra che conducevano sotto terra, nelle viscere dei frantoi ipogei che bucano come una groviera la rigogliosa campagna salentina.  Riprendevano a vedere la luce del sole soltanto a Pasqua (con due brevi interruzioni, al massimo, per l’Immacolata ed a Natale) e quasi sempre si trattava di marinai, abituati all’isolamento.
Per questo il linguaggio dell’olio era molto simile al gergo usato sulle navi ed il nachiro (dal greco nocchiero) era il capo incontrastato della “ciurma”, cioè gli operai del frantoio dove le verdi olive venivano accumulate in stanze chiamate stive, e sentina erano definite le acque reflue.
Scavati nella dura roccia calcarea, i frantoi ipogei offrivano condizioni climatiche costanti e la possibilità di custodire al sicuro il prezioso frutto delle olive, “l’oro giallo”. Erano l’epoche in cui carovane di carri colmi di otri di pelle si affollavano nel porto di Gallipoli, “ la città bella” per antonomasia! Da qui l’olio “lampante” veniva esportato in tutto il mondo per accenderlo di luci ed alimentare l’incombente rivoluzione industriale.
Ma non sono solo ed esclusivamente quelle dei frantoi, le pietre che rivelano storie e suggestioni di un Salento tutto da scoprire, infatti, un mondo sotterraneo si cela pure lungo le strade attraversate dai pellegrini medievali diretti a Leuca, estremo limite sudorientale della penisola, da cui si imbarcavano in direzione dell’Oriente e la Terrasanta. Viaggiavano per intere settimane, veri e propri pionieri a modo loro di un turismo slow che comprendeva innumerevoli tappe.
Tra queste, le visite a reliquie e chiese di cui sopravvivono ancora oggi le tracce, a dispetto del tempo che trascorre inesorabilmente. Sì, sono le croci rosse dei templari e quelle nere dei cavalieri teutonici che ricoprono la cripta del Crocifisso di Ugento o i mosaici policromi della chiesa di Santa Maria della Croce a Casaranello, uno degli edifici paleocristiani  più significativi della Terra d’Otranto, protetto solo da una solitaria custode  che ricorda un poco il tenente Drogo del Deserto dei Tartari.
“Il passato, poi, può materializzarsi all’improvviso anche in strani cerchi formati con le pietre, che i contadini consideravano tane di “scazzamureddhu”, i fastidiosi folletti che si divertivano abilmente  ad intrecciare le lunghe criniere dei cavalli, quando non erano impegnati in altre attività a carattere pseudo-erotico, ovvero posarsi sul seno delle donne addormentate per ispirare i loro sogni sensuali”, come afferma il mio amico contadino Pantaleo, una vera e propria enciclopedia vivente di cultura e tradizione salentina, che accetta ben volentieri il mio invito a farmi da “guida turistica” in questo mio entusiasmante viaggio culturale alla scoperta del Salento!
Per ciò che concerne il più visitato dei monumenti megalitici salentini, il dolmen Li Scusi a Minervino, si tratta di una civiltà megalitica estremamente avanzata, che aveva il suo cuore proprio nel Salento, infatti il famoso monolito nero ha forme tipicamente salentine, più sagomate. Tra l’altro le popolazioni neolitiche avevano scoperto che il calcare può durare millenni se viene intinto nel latte, spennellandolo.
Nel Salento meridionale, probabile punto di contatto  tra mondo mediterraneo ed Europa megalitica, una lunga sfilza di testimonianze dell’età del Bronzo costeggia per venti chilometri circa l’Adriatico, nel tratto tra Melendugno e Vaste, infatti dolmen e menhir sono presenze con cui conviverci piacevolmente, perché si pensa che i monoliti emanino vibrazioni magnetiche positive, favorendo la meditazione.
Il Salento, sbrigativamente ma efficacemente identificato con “lu sule, lu mare e lu ientu” (il sole, il mare ed il vento in dialetto locale), si è ritagliato degnamente un posto al sole, e non a caso proprio al sole, tra le mete turistiche più gettonate, infatti, questo e tanto altro è il Salento, un incontaminato angolo di Paradiso tutto da scoprire ed amare in ogni stagione dell’anno e dell’anima!
Notizie liberamente tratte dalla rivista:  In Viaggio/ salento.

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