A prescindere da quale potrebbe essere il capoluogo, il tema più dibattuto dal centrodestra, per il Pd provinciale leccese non ci sono dubbi: “ci salviamo dal baricentrismo solo con la Provincia unica

 

Lo hanno esposto questa mattina in una conferenza stampa in via Tasso. Lecce non può esimersi dal confronto con le altre province salentine “vittime” del riordino. “Anche perché – sostiene il responsabile Area Riforma Istituzionale, Luigino Sergio – non è che Lecce sia salva dal riordino, semplicemente rientra nei parametri di riferimento dettati dalla legge 95/2012, ma subirà tagli e rinnovamenti come tutte le altre province d’Italia”.

Ben venga dunque la provincia unica che potrebbe essere del “Grande Salento”. O “Terra d’Otranto” per reminescenza storica. Lecce, Brindisi e Taranto insieme, in un unico agglomerato provinciale. Il problema resta la scelta del capoluogo che, per legge, toccherebbe a Taranto. E proprio di questo dal centrodestra non vogliono sentir parlare.

“Abbiamo tutti i requisiti per l’autonomia è vero – ha sottolineato il segretario provinciale Salvatore Capone – ma riteniamo che se Lecce resta da sola, rischia la marginalità”.

Il problema sull’accordo riguarda anche la Regione, secondo Luigino Sergio, che ha evidenziato come la mancanza di un organismo necessario come il Consiglio delle Autonomie Locali, ha comportato la “politica dell’arrangio” da parte dei comuni coinvolti con il risultato che neanche in Regione, per tramite dell’assessore Dentamaro, ci sia una proposta precisa da inviare al governo centrale, il quale detiene il potere decisionale sull’accorpamento. Gli enti locali, infatti, hanno solo la facoltà di indicare quale possa essere la soluzione migliore per i territori, in virtù dell’identità socio-economomica o di rilevanza storica.

Nessun conflitto tra orientamenti politici, assicurano da via Tasso. Invece sembra che la questione verta in quella direzione, anche se in sede di conferenza, parte della responsabilità sulla confusione che regna sovrana, è stata attribuita al governo regionale, di sinistra.

Stoccata anche ai tre sindaci Perrone, Consales e Stefàno, inclusi i tre presidenti di cui uno, il brindisino Ferrarese, oramai dimissionario; per non aver inteso le direttive della legge statale secondo la quale, al riordino faranno capo tutte le province e per non aver proseguito in quel percorso comune partito diversi anni fa, durante il governo provinciale leccese guidato da Giovanni Pellegrino, per cui una serie di iniziative comuni e di intenti infrastrutturali, davano vita al Grande Salento. “Stranamente, oggi hanno dimenticato tutti quel percorso partecipativo” ha chiosato Sergio. Mentre proprio l’ex presidente provinciale, Giovanni Pellegrino, presente in qualità di giurista ma anche di esponente del partito, ha confermato la volontà di realizzare un percorso comune con le altre province, già ai tempi del suo governo di centrosinistra,  per porre rimedio a quello che secondo lui è il limite della Regione: il neo centralismo regionale. Il capoluogo di Regione, nel caso pugliese Bari, assume un ruolo di egemonia sulle altre province. Anche perché con la riforma del Titolo V che ha dato maggiore autonomia alle regioni, ha fatto perdere a queste il ruolo che spettava loro di programmazione, facendole diventare centri di amministrazione e di gestione in grado di “dirottare” i flussi dei finanziamenti pubblici. “Peccato che Lecce possiede i requisiti anti accorpamento – ha dichiarato Pellegrino – sarebbe stato meno rischioso non averli costringendola ad accorparsi alle altre province. In questo modo invece, rischia di essere marginalizzata e relegata come ultima provincia della Puglia, al lembo estremo, senza possibilità di usufruire di quelle infrastrutture che, da Brindisi in poi, sarebbero fondamentali per accrescere la potenza della Provincia unica e in grado di fronteggiare la città metropolitana di Bari”.

Il consigliere provinciale di minoranza, Alfonzo Rampino, ha bacchettato il presidente Gabellone che da “alfiere del Grande  Salento – come lo ha definito – e di questa brillante intuizione nata nelle precedenti amministrazioni ma sposata dal governo Gabellone”. Il centrodestra si chiude in un passivo silenzio, secondo Rampino, proprio nel momento in cui si offre la possibilità di realizzare il progetto. “Questi sono i temi concreti dai quali la politica, in piena disaffezione degli elettori, non dovrebbe fuggire”.

 

 

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