“allo specchio”: guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci  osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo.

Dal dentista ( ma il dentista non c’entra )

Sottovalutare l’altro è uno degli errori più gravi che commettiamo. L’ho già scritto, e lo riscrivo perché accade spesso di incontrare persone stupide proprio in quanto pensano che l’altro sia cretino, che non si accorga delle loro vere intenzioni, che se la beva insomma. In genere io reagisco, magari con una battuta, qualche volta mi arrabbio. Vi racconto questa, accaduta dal dentista.
Arrivo puntuale, alle sedici, e mentre sto per suonare al citofono arriva l’infermiera. L’ho vista solo una volta, io la riconosco, lei no. In ascensore si meraviglia perché saliamo insieme. Le dico che sono in agenda, che ho telefonato e che sono il primo. Mostra perplessità, perciò l’assicuro: me l’ha detto lei che sono il primo, che lo studio apre alle sedici.
Mentre apre la porta e io attendo sul pianerottolo, mi dice con noncuranza – ma i segni sul suo volto  mi dicono che sta cercando il modo  per dirmi qualcosa che potrebbe non piacermi, infatti non mi piace -, mi dice che verrà il professore Tal dei Tali, primario a Neurologia, ma che non ci metterà molto. Dice che aveva preso l’appuntamento prima di me, che non l’aveva registrato per questo forse si è dimenticata di avvisarmi.
E’ evidente: vuole favorire il professore,  mettere me in condizioni di accettare il sorpasso sottolineando che il professore è un primario, forse è vero, ma naturalmente è ininfluente, e inventandosi che era prima di me e che si era dimenticata di avvisarmi. Tuttavia trovo una via di mezzo e le dico: Comunque io alle quattro e mezzo vado via, poi forse le telefonerò per un altro appuntamento. E la fisso un attimo, perché afferri bene quel “forse”.
Non ci diciamo altro e vado in sala d’attesa.
Arriva il professore. Sento che l’infermiera lo riceve con tanti onori e salamelecchi. S’accomodi, il dottore sarà qui tra breve.
Così conosco il professore Tal dei Tali. Siamo soli, ne approfitto perché devo verificare, e vado dritto al sodo, rischiando di apparire quanto meno ansioso.
Mi scusi io ho un appuntamento alle quattro, lei è prima o dopo di me a parte l’essere arrivato dopo voglio dire, perché la segretaria mi diceva che…
Rallento a bella posta il modo di parlare per saggiare la sua onestà e dargli la possibilità di interrompermi ed essere sincero e onesto. Infatti lo è. Mi interrompe e conferma che sono il primo. Mi fa una bella impressione. Non così l’infermiera. Ho la conferma che è una sostenitrice dei  privilegi, che vuole ingraziarsi (“incuppinarsi”, per intenderci) il professore, che è stronza perché mi ha sottovalutato.
Quando sto con la bocca spalancata con gli strumenti e le dita del dentista che vi rovistano dentro, non faccio che definire e ridefinire il quando il come e il cosa le dirò prima di andarmene.
Prima di andar via la situazione è questa: all’ingresso dietro al bancone di una piccola reception c’è la scrivania dove l’infermiera siede per registrare appuntamenti, scrivere le ricevute, le piccole incombenze insomma; lei è seduta e io sono di fronte. Non c’è nessun altro, il professore ha preso il mio posto nel gabinetto del dentista e in sala d’attesa ci deve essere qualcuno. Lei sta cercando un nuovo appuntamento perché ho chiesto un giorno e un’ora precisa.
Ah ecco, questo va bene. Giovedì sedici alle ore 9. Come ha chiesto.
Bene. Adesso però dovrebbe ascoltarmi, pochi minuti.
Mi dica.
Per ora non ho intenzione di riferire nulla al dentista, ma se lei nega quanto è accaduto sarò costretto a parlargli, perché vede se lei si comporta così con  i pazienti come con me, finirà che non verrà più nessuno e questo non piacerà al suo datore di lavoro.
Perché cosa ho fatto. Sembra sinceramente smarrita.
Le spiego. Quando siamo arrivati lei mi ha detto un bel po’ di bugie, perché voleva favorire il professore Tal dei Tali, dargli il mio posto. Ha pensato addirittura che io di fronte al fatto che lui è un primario, mi sarei intimorito. In sostanza dunque mi ha sottovalutato e questo mi ha dato molto fastidio.
Sta per parlare ma io la blocco con un gesto delicato.
Non deve dire nulla, il professore mi ha confermato che veniva dopo di me. Perciò accetto soltanto le sue scuse e in più l’assicurazione che non si comporterà più in questo modo con nessuno. Se è d’accordo, me ne andrò come se nulla fosse successo. Ha capito?
Mi alzo e attendo. Lei mi guarda qualche secondo, poi mormora: mi scusi.
La saluto e me ne vado.
Per le scale mi chiedo: dieci anni fa non avresti detto nulla, perché adesso sì. Perché sono vecchio, mi rispondo e dico pane al pane con gran disinvoltura.