Al di là di tutti i grandi temi nazionali e locali che stanno interessando i lavoratori colpiti dalla scure dei tagli alla spesa pubblica, c’è qualcosa di specifico per cui la Fiom ha deciso di scendere in piazza e protestare con uno sciopero generale di 8 ore, il prossimo 6 dicembre. “Contro l’accordo separato di Federmeccanica  e contro l’attacco al contratto nazionale di lavoro e allo Statuto dei lavoratori”

L’abrogazione dell’articolo 8 della legge148/2011,la  “Finanziaria/bis” del governo Berlusconi con la quale si distrugge il contratto nazionale, ammettendone deroghe da parte della contrattazione di secondo livello e delle modifiche apportate dalla “Riforma Fornero” all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, negando al lavoratore ingiustamente licenziato per motivi “economici”il diritto al reintegro, hanno mobilitato il sindacato “che intende fare il sindacato” ha dichiarato il responsabile nazionale Fiom, Massimo Brancato.

Questa mattina, presso la Cassa Edile di Lecce, è stato organizzato un  Attivo dei lavoratori aperto alla società civile. Hanno preso parte Annarita Morea, Segretaria provinciale Fiom,  il Segretario generale della Fiom provinciale Salvatore Bergamo, il Segretario generale della Cgil Salvatore Arnesano e il responsabile nazionale per il Mezzogiorno della Fiom Massimo Brancato.

Segretario Brancato allo sciopero del 6 dicembre aderiscono altre sigle sindacali?Massimo Brancato

No, è proclamato dalla Fiom per una serie di motivi legati  alla situazione che attraversa la categoria dei metalmeccanici di questo Paese privo di una politica industriale e incapace di rispondere alle crisi occupazionali. Tra l’altro sfruttando la crisi si stanno facendo accordi che colpiscono i diritti dei lavoratori.

Come mai  Federmeccanica non partecipa allo sciopero?

Abbiamo chiesto a Federmeccanica e alle altre organizzazioni sindacali  un accordo unitario valevole per tutto il 2013, puntando a salvare i posti di lavoro, ad un aumento dei salari attraverso il contratto nazionale con una defiscalizzazione e puntando ad una politica industriale in grado di salvaguardare i posti di lavoro. Di fronte a queste proposte la Federmeccanica insieme alle altre sigle minoritarie della categoria, hanno deciso di proseguire in un confronto, legittimo, sul rinnovo del contratto nazionale escludendo la Fiom dalla trattativa.  Una cosa gravissima mai successa prima e discutendo non dalla piattaforma dei sindacati, ma sulla base di un documento della Federmeccanica che amplifica il modello di Pomigliano e tende ad estenderlo su tutto il settore nazionale. Noi non ci stiamo e scioperiamo.

Cos’altro vuole rappresentare lo sciopero del 6 dicembre?

La continuità con la mobilitazione del 14 novembre che c’è stata in tutta Europa su iniziativa della confederazione europea dei sindacati contro le politiche di austerità. Noi crediamo che da questa crisi non si esca con le politiche della Bce, della Commissione europea e del governo Monti. Riteniamo pertanto che siano necessarie più mobilitazioni che sono in corso nel Paese, a partire da quelle del mondo della scuola, degli studenti perché sono tutte facce della stessa medaglia sia pur con situazioni diverse.

Il caso Pomigliano ha fatto scuola, come mai in un contesto lavorativo “dissidente” i primi ad essere licenziati sono i lavoratori iscritti alla Fiom?

Lì siamo al teatro dell’assurdo, credo che si accaniscono contro la Fiom perché si tratta di un sindacato che vuole continuare a fare sindacato. In Fiat c’è un accordo che tutti gli altri sindacati di categoria  hanno firmato per cui sostanzialmente i lavoratori sono rimasti soli, senza rappresentanza in un peggiorarsi delle condizioni di lavoro, una situazione di fronte alla quale, con quei ritmi lavorativi c’è una sofferenza senza rappresentanza e l’azienda non vuole un sindacato che rappresenti quella sofferenza, cioè la Fiom.

Secondo lei quel che succede nel settore metalmeccanico è l’emblema di quello che succede negli altri settori e quindi il metalmeccanico funge un po’ da apripista?

Il settore metalmeccanico è decisivo per l’economia del Paese; l’Italia non può uscire dalla crisi soltanto aprendo pizzerie o aprendo qualche ombrellone in più sulla spiaggia. Il governo non fa politiche industriali, e ce ne sarebbe tanto bisogno perché se non si accompagnano le aziende ad innovarsi e ad uscire dalla crisi, il mercato rischia di sancire il fallimento di un sistema Paese.

Il gioco al ribasso della forza lavoro può essere nella teoria internazionale, uno strumento competitivo per il Paese?

Proprio così, c’è una teoria per la quale, per aumentare la produttività bisogna comprimere i diritti dei lavoratori non garantendo neanche i minimi salariali. Eppure uno studio dell’Ocse, riporta in un documento la dimostrazione, sulla base di una sequenza storica, che tra i più grandi Paesi industrializzati del mondo, l’Italia era prima in produttività nel periodo successivo all’autunno caldo, ossia gli anni ’70. Ciò significa che alle maggiori conquiste dei lavoratori ha corrisposto un aumento della produttività del sistema Paese perché le aziende erano costrette per creare profitto, ad agire su innovazione, di processo e di prodotto per poter competere. Quando invece si comprimono i diritti dei lavoratori la produttività ha un picco al ribasso, in quanto le aziende sono  indotte a costruire margini di guadagno non innovando e competendo a livello internazionale ma agendo sul posto del lavoro. Ma non possiamo competere nella globalizzazione con questo sistema di cose.

Quali le conseguenze?

Stiamo per perdere gli ultimi gioielli di famiglia; c’è un progetto scellerato di Federmeccanica che vuole svendere tutto il settore Ansaldo per la sistemistica del ferroviario. Stessa situazioni per Fimcantieri. Se non si corre ai ripari il sistema produttivo italiano rischia il collasso.

 

 

 

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