La storia di un agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Lecce, non fumatore, morto a 43 anni per un tumore ai polmoni è raccontata in una lettera inviata dal segretario nazionale del Sappe, Federico Piligatti, al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al presidente della Camera

, Gianfranco Fini, per evidenziare ”la grave problematica inerente il fumo emanato dalle sigarette dei detenuti che gli operatori penitenziari sono costretti ad inalare durante l’orario di lavoro”.

”A cio’ si registra – viene sottolineato dal Sappe – una indifferenza totale da parte dell’Amministrazione Penitenziaria nonostante le gravi patologie cardio-vascolari, respiratorie e tumorali che stanno colpendo i poliziotti penitenziari”. ”Il fumo passivo colpisce gli operatori penitenziari – si evidenzia – e avvelena anche i detenuti non fumatori, che sono costretti, a causa del sovraffollamento a vivere nelle stesse stanze dei fumatori”.

L’agente di polizia penitenziaria morto a causa di un tumore ai polmoni – sottolinea il Sappe – non era un fumatore ”ma è stato costretto ad inalare per 21 anni, per 8-9 ore al giorno, il fumo passivo dei detenuti senza alcun presidio a tutela della salute dello stesso”. ”Noi non vogliamo che i detenuti non fumino, ma quantomeno – afferma Piligatti – che vengano adottate misure idonee a tutelare la salute di lavoratori e detenuti”. L’Amministrazione penitenziaria potrebbe intervenire, secondo il Sappe, ”dotando le sezioni detentive di aspiratori ed includendo il fumo passivo nel documento di valutazione dei rischi ai sensi delle vigenti normative, al fine di riconoscere come malattia professionale tale rischio”.

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