L’Italia era una Repubblica fondata sul lavoro, oggi sulla cassaintegrazione.  Per dare l’idea, ecco qualche cifra ufficiale pubblicata in questi giorni: 35,1 per cento di giovani senza lavoro, 554 mila posti persi in un anno, 2,8 milioni di disoccupati.

I numeri parlano da soli, ma non dicono tutto: bisogna inserire in questa “macelleria sociale” anche quelli che hanno rinunciato a cercare lavoro, i sottoinquadrati e l’esercito di quelli che lavorano con stipendi da fame (600-800 euro) mentre il costo della vita aumenta vorticosamente. All’orizzonte nulla di buono: «la politica dell’austerità in tempo di crisi è una follia, perché non si cresce senza l’intervento pubblico», come ribadisce il premio nobel per l’economia, Paul Krugman, citando Keynes.

 

Sulla stessa linea anche la Cgil salentina, per bocca del segretario provinciale, Salvatore Arnesano, che considera prioritaria la lotta agli sprechi, ma insiste nel criticare le politiche governative. A rincarare la dose di rabbia dei giovani “cercatori di lavoro” (ormai simili ai cercatori d’oro) si aggiungono le boiate di un ministro schizzinoso che si permette di chiamare “choosy” gente che con la qualifica di avvocato va a lavorare nei call center o nei Mac Donald’s: una mossa che ha messo in luce l’ignoranza della Fornero sui problemi reali del lavoro.

Anche Salvatore Arnesano lo ammette, solo i call center assumono ancora nel Salento: ecco perché avvocati, ingegneri, laureati con master, ex dirigenti di azienda si rifugiano tutti lì (è il triste problema del sottoinquadramento).

Segretario Salvatore Arnesano, ora ci mancava solo la guerra in Università. Le accuse del rettore sono pesanti e voi avete annunciato querela.

 

«Siamo stati accusati di scambio di voto: l’iscrizione al sindacato per poter vincere un concorso. Cose non vere e sono stato costretto a difendere l’onore della mia organizzazione. Tutti s’iscrivono al sindacato in maniera libera e non per vincere un concorso: queste sono falsità».

 

Il capo di gabinetto dell’ex rettore non era una dirigente sindacale Cgil, lei lo vuole chiarire con una querela, vero?

 

«Per la nostra organizzazione esistono le incompatibilità: quindi, chi ricopre questi incarichi decade dalla funzione di dirigente sindacale. Lo prevede lo statuto e il regolamento: non so a cosa si riferisse il rettore».

 

Non crede che lo scontro, anche mediatico, così aspro finisca per danneggiare tutti quanti?

 

«Io preferirei non parlare di questo, ma lo devo fare perché il mio ruolo me lo impone. Vorrei parlare dei precari dell’università e della valorizzazione dei dipendenti all’interno dell’università, che svolgono un lavoro dignitoso e proficuo, ma che in questi ultimi tempi si sentono penalizzati. Credo che il rettore non stia dando alcun contributo per superare queste difficoltà e per abbandonare i metodi contestati. Tutto parte dal direttore Miccolis, che con i suoi metodi ha falsato tutta l’impostazione all’interno dell’università, rispetto alle relazioni sindacali, rispetto alla costruzione di un percorso diverso. Vorrei avere relazioni sindacali vere e costruttive, ma non ce lo permettono. Tra l’altro, ho proposto, per valorizzare il settore agricolo, la nascita di una facoltà di Agraria, ma non c’è stata una risposta positiva. Ora noi passiamo il tempo a difenderci dagli attacchi del rettore, che dice che vogliamo difendere i nostri privilegi: questo non è vero!».

 

È molto importante anche la lotta contro il Moloch della disoccupazione: orizzonti oscuri nel Salento. Sembra che le uniche speranze rimaste in piedi siano il call center e il Mac Donald’s, vero?

 

«Diciamo di sì, per il resto è un’ecatombe».

 

Quali sono le emergenze che state affrontando?

 

«Le situazioni allarmanti sono: 400 lavoratori Mps; poi ci sono i lavoratori delle partecipate, che con la spending review non hanno più certezze(entro il 31 dicembre queste società potrebbero passare in mano ai privati o essere liquidate);  la Fiat, con la non riconferma degli interinali scaduti il 31 di ottobre, per i quali si parla di cassaintegrazione e riduzione del 50 per cento della produzione;  ci sono le tragiche situazioni di Adelchi e Filanto; i lavoratori delle pulizie nelle scuole; quelli nel campo dell’editoria e tanti altri settori».

 

C’è qualche imprenditore che ne approfitta e non si prende le sue responsabilità ,vero? A volte è più comodo scaricare tutto sui lavoratori, anche per fare pressioni sulle istituzioni.

 

«Siamo in una crisi reale in cui si scarica tutto sui lavoratori, ma ci sono tanti imprenditori onesti e corretti».

 

Come si esce dalla crisi? L’austerità sembra non funzionare.

 

«No, non funziona. Come Cgil avevamo chiesto la detassazione della tredicesima per aiutare lavoratori e pensionati, abbiamo chiesto una maggiore incisività della lotta all’evasione. L’obiettivo del governo, dopo aver fatto la riforma delle pensioni, perché non può essere quello di spendere i soldi recuperati per aiutare le famiglie?».

 

Senza un deciso intervento pubblico finirà anche la cassaintegrazione e tante persone rimarranno senza ammortizzatori sociali.

 

«Le notizie che ci arrivano da Roma sono che il governo è orientato a non confermare la cassaintegrazione in deroga per il 2013: sono disponibili solo a mettere i soldi per i primi sei mesi. È un governo che non vuole intervenire per affrontare la crisi, si preoccupa solo di tagliare e rassicurare i mercati. Non c’è una politica industriale, una programmazione confortante, mentre la disoccupazione aumenta e tante famiglie diventano povere. La situazione è critica per la tenuta sociale, non sapremo che tipo di reazione avranno i tanti lavoratori che restano senza lavoro e soldi. Il governo fa una politica recessiva. Anche l’accorpamento delle province crea confusione istituzionale e di riferimenti e non sappiamo nemmeno se si risparmierà veramente. Non c’è una strategia chiara: sembrano dei professorini di matematica. L’allarme che lancia Confindustria è condivisibile: non vogliono soldi, ma vogliono sapere dal governo qual è il piano per uscire dalla crisi».

 

Ci vuole un intervento pubblico, come quello auspicato da Krugman?

 

«Gli spechi ci sono e vanno tagliati, ma non possiamo prendercela con i poveri lavoratori dipendenti, con i poveri pensionati. A Roma ci sono tanti sprechi, intervenissero su quelli! Si pensi ai milioni di euro intascati dai dirigenti di partito e non solo».

 

Vi ha fatto arrabbiare la battuta del ministro del Lavoro, Elsa Fornero?

 

«Ha dimostrato di non conoscere il mondo del lavoro e i problemi dei giovani: il problema è che fa il ministro».

 

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