Foto Giulio SchirosiIl matrimonio di Maria d’Enghien con Ladislao d’Angiò-Durazzo, Re di Napoli non fu particolarmente felice per l’eroina pugliese e per i suoi figli, Giovanni Antonio, Gabriele, Caterina e Maria, nati dalle precedenti nozze con Raimondello Orsini Del Balzo, costretti a vivere a Napoli

in una sorta di prigione dorata. Nel 1414 moriva Ladislao, ed al trono successe la sorella Giovanna II. Questa, in un primo tempo, proibì alla cognata ed ai suoi figli di riprendere possesso dei propri feudi pugliesi, tuttavia, la sua politica altalenante e contraddittoria, permise a Maria di rientrare in possesso della Contea di Lecce nel 1415, mentre il suo primogenito, Giovanni Antonio, riusciva a riprendere il Principato di Taranto cinque anni più tardi.
Non avendo eredi diretti, Giovanna II nominò in dapprima, quale suo successore, Alfonso V d’Aragona, erede al trono di Sicilia, quindi cambiò in favore di Luigi III d’Angiò, per poi rinominare Alfonso. I cambiamenti, scatenarono una serie di contrasti interni, ai quali inizialmente Giovanni Antonio non volle aderire, aspettando di individuare il potenziale vincitore della contesa dinastica. Il Principe di Taranto, infatti, non contento di essere il più potente feudatario del regno, mirava ad un controllo dell’intera Puglia ed in particolare di Bari. Quando però fu sicuro del partito da scegliere, si schierò al fianco di Alfonso e l’occasione propizia si presentò nel 1431, quando alla morte di Ruggero Sanseverino successe il di lui figlio Antonio. Giovanni Antonio attaccò militarmente i rivali e si impadronì dei loro feudi. Dopo ripetuti tentativi di conciliazione operati da Giovanna II e risoltisi in altrettanti insuccessi, a causa dell’ostinazione del Principe di Taranto, che venne dichiarato ribelle, la parola passò alle armi.
Nell’estate del 1434 due colonne, comandate da Jacopo Caldora e da Luigi III d’Angiò invasero la Puglia mentre Giovanni Antonio Orsini del Balzo cercava di riunire intorno a se i feudatari ostili alla sovrana. Alfonso d’Aragona, in viaggio dalla Sicilia verso la Catalogna, invertita la rotta per soccorrere l’alleato, inviava in suo soccorso 2 mila cavalli e mille fanti, disponendo anche il movimento delle forze del capitano Nicolò Fortebraccio da Roma verso la Puglia. I soldati del Caldora e di Luigi III, nel frattempo, si lanciarono in un brutale saccheggio. Giovanni Antonio pensò di rifugiarsi a Taranto mentre il fratello Gabriele rallentava l’avanzata nemica ma, a causa di un tradimento era costretto ad indietreggiare.. Le città pugliesi, intanto cadevano nelle mani dell’invasore, con l’eccezione di Altamura e di Taranto, le cui difese erano inespugnabili.
No riuscendo a conquistare le due piazze il Caldora e Luigi d’Angiò decisero di dirigersi su Lecce, seconda città dei domini di Giovanni Antonio, meno difesa ma che comunque avrebbe inferto un duro colpo al principe ribelle. Giunti nei pressi della città, le forze regie la posero d’assedio stabilendo il loro quartier generale nei pressi dell’abbazia di San Nicolò e Cataldo. Il blocco si protrasse per 11 giorni poi, inaspettatamente, gli assedianti si ritirarono a causa di una grave malattia dopo aver colpito Luigi III, lo portava alla morte il 15 novembre. Il Caldora, rimasto solo, ripiegò su Bari ritirandosi.
Il 2 febbraio 1435 moriva Giovanna II, ultima sovrana angioina, lasciando il regno nel caos e nell’anarchia, mentre con l’ascesa al trono di Alfonso d’Aragona, Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, suo fratello Gabriele, sua madre Maria d’Enghien e suo cugino Jacopo Del Balzo, vedevano riconfermati i loro titoli ed i loro feudi, oltre al titolo di Gran Conestabile che il nuovo sovrano riconosceva al Principe di Taranto.
Maria d’Enghien moriva nel 1446 a Lecce, dopo aver fatto grandi cose per la città. tra cui anche un noto codice. Non avendo il figlio Giovanni Antonio eredi legittimi, la contea passò alla nipote Isabella, figlia di Caterina Orsini del Balzo e di Tristano di Clermont Conte di Copertino. Col matrimonio di Isabella con Ferrante I d’Aragona, avvenuto nel 1445, Lecce cessava di essere feudo, diventando proprietà del demanio.

Cosimo Enrico Marseglia

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