Il 31 gennaio 2013, a Lecce, si celebrerà il processo in Assise a carico di imprenditori agricoli e caporali imputati di gravissimi reati, fra i quali anche la tratta delle persone e la riduzione in schiavitù, l’intermediazione illecita e lo sfruttamento sul lavoro. Per la Cgil e la Flai Cgil Lecce è un primo risultato, di straordinaria importanza.

Dall’impianto accusatorio è emersa con chiarezza l’esistenza di un’organizzazione criminale che, sfruttando la situazione di necessità e bisogno degli stranieri, reclutava cittadini extracomunitari per sfruttarli nel lavoro di raccolta stagionale delle angurie e dei pomodori.
Datori di lavoro agricoli e caporali, artefici e non vittime di questo sistema attivo a Nardò, come a Foggia, Rosarno o Pachino e in altre aree geografiche del Paese ritenute, a torto, non interessate dal fenomeno del caporalato o dall’infiltrazione della criminalità nel tessuto produttivo dell’agroindustria.
Già da tempo non è solo il Mezzogiorno d’Italia a essere territorio di interesse per le mafie e la criminalità, come evidenziato da recenti indagini che hanno fatto emergere il grado di pervasività degli interessi criminosi nel tessuto istituzionale e produttivo, e la presenza di intermediatori “alias caporali” che collocano i lavoratori, non solo stranieri, in attività agricole, ma anche nell’edilizia, nel commercio, nei servizi.
Non può in ogni caso essere demandato solo alla magistratura il compito di far emergere e tracciare il confine tra economia legale ed economia illegale, anche se un’attività di indagine coordinata tra più Procure forse farebbe emergere la dimensione di questa realtà. Una realtà che non è “solo” sfruttamento lavorativo ad opera dei caporali, ma un pervasivo sistema di criminalità economica e organizzata, a livello nazionale, le cui vittime sono i lavoratori, e, fra essi, i più deboli ed esposti, gli extracomunitari, ma anche quelle imprese sane che vengono espulse da un mercato così compromesso e che andrebbero invece sostenute, concretamente, attraverso l’introduzione di meccanismi selettivi nell’accesso alle risorse pubbliche. Cosa che si sperimenta in Puglia grazie all’istituzione, con apposite determinazioni di carattere legislativo, fortemente ricercate dal nostro Sindacato, di pratiche virtuose, quali possono essere le liste di prenotazione in agricoltura con meccanismi di incentivazione per le imprese agricole che stabilizzano la manodopera.
L’assenza di un momento istituzionale che favorisca l’incontro vero tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura genera storture che meccanismi perversi, se innestati nel mercato del lavoro, assimilano e normalizzano qualunque nefandezza. Diverso sarebbe se si istituisse un luogo istituzionalmente identificato dove rivolgersi per il reclutamento della manodopera bracciantile, facendo cadere l’alibi di quelle aziende che, in qualche modo “giustificano” la presenza di “organizzatori” di gruppi di lavoratori.
Il rafforzamento del sistema dei controlli e l’attenzione costante dei livelli di rappresentanza istituzionale sulle dinamiche del mercato del lavoro, uniti all’assunzione di maggiore responsabilità sociale da parte delle associazioni di rappresentanza delle parti datoriali, sarebbero azioni che, se messe in campo, consentirebbero di recuperare risorse da reinvestire per creare condizioni di sviluppo e buona occupazione.
Anche per questo abbiamo apprezzato la dichiarata volontà della Regione Puglia a costituirsi parte civile nel processo dell’operazione Sabr e confidiamo in analoga decisione da parte del Comune di Nardò. L’azione sinergica di tutti quei soggetti che sono impegnati nella difesa dei diritti delle persone e dei lavoratori e per il benessere del territorio, farebbe la differenza. Anche in questa storia di gravissimi reati compiuti ai danni di lavoratori extracomunitari.

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