È stata confermata anche in Appello la condanna a quattro mesi, condonati da indulto, inflitta a due agenti di polizia, in servizio presso il reparto prevenzione crimine della Questura di Lecce. Per i giudici, furono responsabili di abuso di potere.

I due condannati sono gli agenti A.C., 48enne di Ruffano, e di G.C., 41enne di Ortelle, entrambi finiti alla sbarra con l’accusa di perquisizione arbitraria nel 2005, quando i due salentini erano stati mandati in Sardegna, precisamente a Sassari, in occasione delle elezioni amministrative, precedute da una serie di attentati dinamitardi, che avevano creato un clima di tensione nel capoluogo sardo.
I poliziotti della Questura di Lecce, secondo l’accusa, avrebbero sottoposto ad una umiliante perquisizione tre componenti del Mos, il Movimento omosessuale sardo, tra cui figurava anche un candidato sindaco di Sassari. Fu in quell’occasione che fu esercitato l’abuso di potere.
La vicenda risale alla notte del 24 aprile di sette anni fa, quando i due agenti fermarono per un controllo l’auto su cui viaggiavano i tre esponenti del Mos: al volante c’era l’ex leader del Movimento gay sardo e candidato alla carica di primo cittadino con la lista “Liberiamo Sassari”, che non aveva con sé né carta d’identità né patente, mentre a bordo del veicolo furono rinvenuti diversi manifesti elettorali.
I tre furono fermati e portati nella Questura di Sassari, dove furono fatti denudare e perquisiti anche nelle loro parti intime: i due imputati si giustificarono sostenendo che approfondirono la perquisizione in cerca di eventuali armi, esplosivi o strumenti di effrazione.
Nelle motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, i giudici sostengono che i due agenti “erano consapevoli che non sussistevano i presupposti per una perquisizione speciale” e che “ciononostante, gli agenti hanno deciso – a mero scopo dimostrativo – di proseguire le perquisizioni personali, in assenza delle condizioni di legge”. “Fu un abuso di potere – si legge – con pretestuose e vessatorie modalità, lesive del pudore e della libertà morale delle persone, senza alcuna comprensibile necessità”. Ai due poliziotti, adesso, resta l’ultimo grado di giudizio per tentare di ottenere l’annullamento della sentenza, che li ha condannati.

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