Il 14 marzo del 1861 il parlamento italiano (piemontese) proclamò il Regno d’Italia. L’unità era stata finalmente raggiunta ma soltanto sulla carta geografica ed in modo indegno. Era stata ottenuta con l’inganno, con la menzogna del sovrano piemontese e del suo governo ai danni di altri principi, per giunta suoi parenti stretti.

Era stata raggiunta attraverso una guerra mai dichiarata e che, pertanto, andrebbe identificata sotto il nome di “aggressione”. Ma ciò che aveva realmente sancito l’unità era stata la malsana alleanza fra il Piemonte e la mafia. A tal proposito, occorre ricordare che furono molti gli ex funzionari borbonici che, sotto la corona sabauda, conservarono le loro cariche o fecero, addirittura, carriera. Ripetiamo due nomi fra tutti: Liborio Romano e l’ammiraglio Acton.
I sovrani spodestati attaccarono duramente la proclamazione dell’unità Italiana. Il granduca di Toscana, per primo, accusava: “La proclamazione del Regno d’Italia sancisce per ciascun Stato della penisola la distribuzione dell’individuale autonomia … fondata sopra antiche abitudini, sulla profonda differenza dei caratteri, sulla diversità degli interessi locali e infine sulle belle e antiche tradizioni che fan la gloria d’Italia. Cotesta autonomia … poteva e doveva conciliarsi colla grandezza d’Italia ricostituita sopra un piano federativo”. Ancora più aspro il giudizio del duca di Modena e Reggio che accusava apertamente Vittorio Emanuele II: “… incapace dapprima di intraprendere conquiste, non fu che con l’aiuto di un’armata straniera, da esso attirata in Italia, a cui doveva interamente il successo, ch’egli poté impadronirsi dei paesi ai quali agognava da tanto tempo”.
Al sud la reazione contro l’invasore non tardò ad arrivare. Il popolo delle campagne si radunò sotto la guida di frati, preti, ex ufficiali borbonici che avevano rifiutato l’inserimento nei ranghi unitari, nobili legittimisti ed altri, dando vita a quella guerra partigiana che la stampa ufficiale piemontese ha denigrato col nome di “brigantaggio”. Con questo non intendo negare il fatto che tra i cosiddetti briganti vi fosse anche gente dedita al banditismo, cosa, comunque, che accade sempre durante una guerra partigiana o una sommossa, ciò è avvenuto anche durante la Resistenza ai tedeschi dal 1943 al 1945, tuttavia si trattava soltanto di una piccola parte. Tanto per fare un esempio, tra le “drude” dei briganti militavano anche molte ex monache che, all’arrivo dei garibaldini, avevano visto il saccheggio dei loro conventi ed erano state oggetto anche di stupri e sevizie. E’ cosa del tutto logica che molte di esse scelsero la via della vendetta. Di tutto questo, però, la storia ufficiale evita di parlarne. La maggior parte di coloro che dettero vita al brigantaggio erano contadini, agricoltori, ex soldati borbonici, garibaldini delusi, che ebbero il coraggio di opporsi a un’invasione non gradita, innalzando il vessillo del loro sovrano, a costo dei sanguinosi eccidi scatenati dai generali piemontesi Cialdini e Pianelli che, in tal modo, intendevano annientare ogni minimo focolaio insurrezionale antiunitario. Moltissimi furono i villaggi del sud interamente rasi al suolo. Due nomi fra tutti: Casaduni e Pontecorvo, dove la violenza delle forze occupanti si scagliò anche su donne, anziani e bambini.
Di pari passo procedeva il depauperamento delle risorse economiche delle Due Sicilie che, prima dell’invasione, era la terza potenza industriale d’Europa e la quarta del mondo, e dove, in special modo a San Leucio nei pressi di Caserta, era stata istituita dai Borboni la prima comunità lavorativa di tipo socialista, dove veniva garantito l’alloggio per le famiglie dei lavoratori, un onorevole per l’epoca salario ed una pensione, grazie ad una piccola trattenuta sul salario stesso. Interi stabilimenti industriali furono smontati, come ad esempio quello di Castellammare di Stabia, e rimontati nelle città del Nord, mentre nuove tasse venivano istituite, gravando in specialmente sui meridionali. In un solo anno la pressione fiscale nei confronti delle popolazioni meridionali passò da 2 milioni di lire oro, tanto era sotto il regno Borbonico, a ben 24 milioni, mentre la tassa sul macinato dava il colpo di grazia all’economia meridionale.
Ringraziamo dunque gli eroi risorgimentali per averci letteralmente affossati ed affamati.

Cosimo Enrico Marseglia