Sangue infetto somministrato a un salentino, ancora una condanna al risarcimento per il Ministero della Salute: circa 61 mila euro «per non aver ottemperato ai propri obblighi istituzionali e in particolare per aver colposamente omesso di vigilare  sulla sicurezza del sangue usato per fini terapeutici, consentendo che fossero somministrate unità di sangue infetto». Dopo il risarcimento di ben 174 mila euro nei confronti di un 60 enne di Cutrofiano, una nuova sentenza del Giudice Unico Onorario del Tribunale di Lecce, avv. Grazia Carignani, riconosce il diritto al risarcimento a un salentino assistito dall’avvocata Tonia Gigante.

 

Un risarcimento danni che sicuramento non potrà ripagare l’uomo, ormai anziano, che più di 30 anni anni fa, ricoverato all’Ospedale Civile di Tricase, «a causa di un’ulcera peptica post-operatoria sanguinante», dovette sottoporsi all’emotrasfusione (sette sacche di sangue) che lo condannarono, secondo quanto ha stabilito il perito, al virus dell’Hcv. I sintomi dell’epatite C si possono manifestare dopo un decennio: si tratta della forma più grave di questa malattia, che nella maggior parte dei casi è asintomatica quando si contrae. Anche se non era possibile, nel periodo in cui avvenne il fatto, rilevare direttamente nel sangue da donare l’epatite C, «erano comunque diffusi metodi alternativi e indiretti che avrebbero consentito di individuare le persone considerate a rischio di malattie che avrebbero dovuto essere escluse dalla donazione».

Le vittime del sangue infetto, spesso, vengono a sapere di essere malate solo dopo molti anni, magari perché avvertono una prolungata sensazione di stanchezza. Nel caso dei due salentini, assistiti dall’avv. Tonia Gigante, la scoperta è avvenuta 10 anni dopo le trasfusioni. Oltre a percepire l’indennizzo, corrisposto sulla base di un fondo istituito con legge 210/91, che lo Stato mette a disposizione per tutti coloro che subiscono un danno da emotrasfusione o per la somministrazione di un vaccino, le due vittime hanno chiesto il risarcimento anche al Ministero, che ora dovrà pagare. «Sebbene all’epoca della trasfusione non fossero conosciuti metodi di rilevazione indiretta del virus»(sino al 1988) come puntualizza anche la sentenza del Tribunale di Lecce, c’era già nei primi anni ’70 la possibilità di verificare che  il sangue dei donatori non presentasse alterazioni delle transaminasi, come ha chiarito la Cassazione, perché in quegli anni si conosceva questa grave forma di epatite.

È stata rigettata, invece, la domanda dei familiari della vittima, «perché gli stessi non hanno offerto alcuna prova in ordine allo sconvolgimento delle proprie abitudini , con conseguente alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, in relazione all’evento de quo». In questi casi è molto difficile provare il danno non patrimoniale (danno parentale) dei congiunti, se non ci sono fatti precisi e specifici che dimostrano un danno alla loro vita. La nuova condanna nei confronti del Ministero, comunque, apre la strada del risarcimento per «colpa» a tutti quei malati che hanno avuto già l’indennizzo riconosciuto per legge. Non saranno i soldi a risolvere le grandi sofferenze a cui sono state condannate le vittime di sangue infetto, ma queste sentenze potranno essere un esempio per il futuro: perché chi sbaglia, sebbene solo per colpa, deve pagare, anche dopo 30 anni.

 

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