Televisioni locali nel Salento: game over! Siamo all’anno zero. «Cos’è accaduto?», si chiedono alcuni politici locali. I nostri “operatori della politica”, frastornati da un’implosione improvvisa, con lo sguardo perso nel vuoto durante le conferenze stampa, amareggiati dalla deminutio di microfoni

o “reggi-microfoni”, che li fa sentire più soli durante alcuni appuntamenti di propaganda, mentre un tempo li avrebbero fatti sentire dei re della ‘videocrazia’. Non bastano le mille web-tv, sorte in pochi anni, a colmare il vuoto dei nostri conferenzieri smarriti: le loro facce non vanno in tv. È finita così, con L’Atv che ci saluta, con l’addio di un altro direttore: sparisce quel terzo polo televisivo-informativo che doveva inserirsi tra Telerama, leader a Lecce e provincia, e Canale 8, leader nel sud Salento.Qualche anno fa ci eravamo illusi con le reti regionali attente al mercato salentino: venivano tutti a investire, ad aprire redazioni e televisioni, ma poi la bolla è scoppiata. Telenorba aveva aperto una mega-redazione, lanciando il suo Tg Salento: una rete quasi nazionale che aveva un grande progetto per Lecce. La storia è finita con la cassa integrazione e un ridimensionamento spaventoso della struttura: si torna ai tre giornalisti di un tempo, per dare giusto le notizie più importanti al tg di Bari. La bolla di Studio 100 è stata la prima a esplodere: dirette continue, mega-redazione, struttura all’avanguardia e tanti giornalisti (che fa sempre bene per i contributi Corecom!). Poi, niente più stipendi per mesi, i giornalisti si fermano e la proprietà li manda tutti a quel paese: cassa integrazione anche per loro e smantellamento della sede leccese, senza contare le incursioni della finanza. Ci ha provato anche Teleregione a investire nel Salento, ma è scappata via subito.

 

E le reti storiche? Mentre sul crollo della redazione di Canale 8 si è già detto abbastanza(stipendi non pagati, irregolarità contributive riscontrate dagli ispettori e tanto altro), Telerama resta in piedi con un piede solo, perché ha fatto ricorso alla cassa integrazione e alcune redazioni, come quella di Francavilla, hanno subito un drastico ridimensionamento. Tutto svanito, mentre la Facoltà di Scienze della Comunicazione continua a sfornare ‘presunti giornalisti’, o aspiranti tali, che non si sa dove andranno a lavorare.

La professione giornalistica sembra un hobby, popolata da zombies super titolati(con master e lauree), che lavorano gratis per siti  di informazione improvvisati o per giornali nati per intascare contributi statali (senza nessuna pretesa di vendita in edicola), mentre continua a mantenerli la “borsetta di mammà”. Inutile aprire la ferita dei mille collaboratori, pagati due lire, che in realtà sono i veri autori dei grandi giornali.

Ma come siamo finiti così? Forse tutto è cominciato con la deregolamentazione, col chiudere un occhio, con una legislazione sul lavoro scandalosa, con la mancanza di controlli. Forse una mano a questa crisi dell’editoria locale l’hanno data anche le mille agenzie di comunicazione allacciate al politico di turno che, facendo da filtro, si sono mangiate gran parte delle risorse che gli enti destinano alla comunicazione, dando le briciole agli operatori dell’informazione locale. Ci sono tante concause, ma sulla crisi dell’emittenza televisiva locale è impossibile non puntare il dito sulle leggi che non hanno tutelato il pluralismo dell’informazione e la dignità della professione giornalistica e che hanno consentito a molti pseudo-imprenditori, in giro per l’Italia, di conservare frequenze e posizioni che avevano immeritatamente ottenuto con gli agganci politici della prima Repubblica.

Le tv locali dovevano essere il baluardo della controinformazione e, invece, nella migliore delle ipotesi dovranno cedere alle televendite, a redazioni esigue e a buon mercato, che produrranno notizie riciclate e di seconda mano. Un depauperamento fatale: nel Salento, attualmente, c’è un solo notiziario televisivo, prodotto con notizie di “prima mano”, quello di Telerama, alla faccia del pluralismo dell’informazione e delle promesse del digitale. L’era del digitale terrestre ha spazzato via migliaia di posti di lavoro. A babbo morto qualcuno vuole interrogarsi sul perché. Forse il legislatore avrebbe dovuto riflettere sulle leggi aberranti che ha prodotto nel campo della comunicazione.

Per entrare nel digitale terrestre si richiedevano 20 dipendenti, ma si sarebbero dovuti tutelare i livelli occupazionali anche dopo, richiedendo la salvaguardia delle redazioni e bloccando sul nascere certi escamotages. Queste leggi istigano all’esercizio abusivo della professione giornalistica: in varie parti d’Italia abbiamo editori che s’improvvisano giornalisti, confezionando, con l’aiuto dei familiari, telegiornali da incubo. Intanto aspettiamo i nuovi investitori, anche nel Salento. La speranza è che qualcuno metta dei soldi su un progetto nuovo: le frequenze disponibili sono tante, ma c’è la crisi che incombe. Sarebbe stato utile, in alcuni casi, mettere all’asta le concessioni detenute da personaggi senz’arte né parte, dei veri e propri “prenditori”, che hanno pensato sempre a intascare, caricando i costi del passaggio al digitale sui lavoratori. Un’occasione mancata.

 

 

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