In Puglia le istituzioni continuano a lanciare l’allarme: «A rischio il pluralismo dell’informazione». In Regione, il primo è stato il presidente del Consiglio regionale, Onofrio Introna, che ha chiesto un’ampia discussione: probabilmente se ne parlerà domani, grazie a un ordine del giorno che tutti gli operatori dell’informazione aspettavano da tempo. Oggi, Salvatore Negro diffonde il suo comunicato con l’intento di accendere un faro anche sulla triste realtà salentina: «L’editoria non piange solo a Bari. Nel Salento è a rischio l’intero sistema dell’informazione locale che fino ad oggi è stato garanzia di pluralismo di voci e quindi di democrazia.

Nel giro di poco tempo, infatti, hanno smesso di fare informazione due importanti testate televisive come quella di Canale 8 e de L’Atv; chiusa anche la redazione locale del TgNorba Salento, quella leccese di Studio 100 e la testata giornalistica di Paese Nuovo. Una vera a propria catastrofe che, oltre a mettere a rischio il sistema democratico dell’informazione, ha lasciato disoccupate qualche centinaio di persone tra giornalisti e operatori del settore».Cento persone in mezzo alla strada, con le rispettive famiglie, solo a Lecce, non è poco. Il capogruppo Udc dice delle cose sacrosante nel suo comunicato: bisogna accendere un faro sulla martoriata realtà salentina e, soprattutto, sarebbe stato il caso di inserire nel dibattito delle primarie la tragedia dell’informazione locale, che si sta consumando in tutta l’Italia e che sta facendo morire aziende ogni giorno. Un vulnus irreparabile nel sistema informativo locale: il digitale, alla fine dei conti, rischia di lasciarci in una sorta di deserto informativo che viaggia a una sola voce.

Il tema del diritto all’informazione è strettamente connesso a quello del pluralismo informativo: una pluralità di voci in campo permette all’opinione pubblica di attingere le notizie da più fonti. Ascoltando tutte le voci che animano una società, senza filtri, dalle associazioni, alle varie formazioni politiche, alle istituzioni, è possibile la formazione di un’opinione più libera. La Corte Costituzionale, a proposito di pluralismo, è arrivata per prima alle due definizioni basilari, espresse più tardi, in modo più esplicito, dalla legge Mammì: il “pluralismo interno”, quello che è tenuto a rispettare la Rai (essendo un servizio pubblico), dando voce a tutti i soggetti politici e le associazioni che si muovono nella nostra società; il “pluralismo esterno”, concetto che nasce con una sentenza datata 1976 che liberalizza la tv locale, che sancisce la necessità di dare spazio a più televisioni in campo, perché nell’ambito dell’editoria privata non si può imporre che passino tutte le voci, ma con la nascita di più linee editoriali è più facile avere una sana e variegata controinformazione.

La vicenda che portò i giudici costituzionali a liberalizzare il mercato locale fu quella di Tele Biella, tv che iniziò a trasmettere via cavo nel ’72 e che la Rai cercò di fermare, perché voleva mantenere il monopolio. Poi, dal ’76 in poi, il fiorire di tante realtà locali: molte, come ha sottolineato Cazzullo in un suo articolo, degenerarono nella «folosofia delle televendite», altre hanno saputo fare della ottima controinformazione.

In realtà, i giudici che emisero la sentenza del ’76 avevano capito che la tv locale sarebbe stata una grande opportunità per dare voce ai singoli territori: voce che non avrebbero mai avuto sui media nazionali le piccole realtà imprenditoriali, istituzionali e politiche. L’informazione televisiva locale è stata fondamentale nel nostro Paese: dopo il tg nazionale milioni di famiglie in tutta Italia hanno cominciato a seguire i tg locali per capire cosa stesse succedendo sui propri territori. Dopo molti anni, il nostro atrofico legislatore ha sancito l’obbligo di informazione delle emittenti locali: erano già gli anni ’90, e la legge Mammì obbligava tutti alla messa in onda del tg e al pluralismo informativo, recependo i dettami della Corte Costituzionale.

Oggi siamo tornati indietro, complice la crisi, ma anche una certa parte degli editori italiani, più facilmente classificabili tra i “furbetti del quartierino”, sempre pronti ad accaparrarsi contributi e a far pagare gli investimenti ai lavoratori. Ma questa è un’altra storia. Oggi la politica è chiamata a esaminare la realtà e a trovare soluzioni: per troppi anni si è chiuso più di un occhio. Oggi è in crisi un diritto costituzionalmente garantito: quello del pluralismo e, quindi, il diritto all’informazione, strettamente connesso a tutti i principi basilari sanciti dalla nostra Carta costituzionale. È tempo di svegliarsi.

 

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