Il presidente della Provincia di Lecce, Antonio Gabellone, in mattinata, ha firmato un protocollo per la sperimentazione del voto elettronico nei paesi di Melpignano e Martignano. La sua attività continua, come sempre, ma oggi è un giorno speciale: ieri è saltata la conversione in legge del decreto di riorganizzazione delle Province.

Il provvedimento del governo, in realtà, non piaceva al Pdl, che ha presentato in Aula, al Senato, una pregiudiziale di incostituzionalità, anche perché bloccava tutto senza permettere che gli eletti arrivassero a fine mandato e introduceva un sistema di elezione di secondo livello(presidente e Consiglio eletti dai Comuni) piuttosto indigesto. Ora, però, le Province italiane rischiano di ritrovarsi nel caos generato da un vuoto normativo e dai tagli pesanti inflitti dal governo centrale. Il presidente Gabellone, però, da coordinatore del Pdl deve cercare di fronteggiare anche il caos interno al suo partito: le politiche sono vicine e bisogna decidere con Fitto i nomi da mandare al Parlamento e quelli da madare a casa. Scelta non facile, anche perché ci saranno meno posti disponibili e si prevedono duri scontri interni al partito.

 

Presidente Antonio Gabellone, la conversione del decreto è saltata, ma ora comincia il caos, come ha detto il presidente dell’Upi?

«Il presidente dell’Unione Province italiane, Antonio Saitta, ha esposto un dato oggettivo: il provvedimento non convertito crea difficoltà e bisognerà capire come si troveranno le Province a partire dal primo gennaio. Il provvedimento non era in linea con il lavoro svolto dall’Upi e dal governo e poi non c’era più tempo per farlo passare».

Per la serie “abbiamo scherzato”, resta tutto come prima?

«No, non credo perché ci sono altre modifiche legislative che erano già state inserite. La situazione è da seguire, istante per istante, come siamo costretti a fare ultimamente. Credo che verrà inserito qualche provvedimento nella legge di stabilità che permetterà di superare la situazione di impasse e poi sarà il futuro governo a intervenire definitivamente».

Al Pdl non piaceva l’intervento del governo, diciamolo, ha presentato una pregiudiziale d’incostituzionalità al Senato.

«Il ministro ha un po’ forzato la mano: il sistema elettorale di secondo livello minava alla Carta dei diritti, riconosciuta a livello europeo, così come l’azzeramento delle giunte era un’ingiustizia, perché chi è diventato assessore ha dovuto rinunciare alla carica di consigliere e in questo modo sarebbe stato ingiustamente mandato a casa. Era una forzatura del ministro».

Quindi, resteranno tutti al loro posto?

«Così sembra. L’aver forzato la mano ha fatto saltare tutto. Noi dell’Upi avevamo proposto di snellire il sistema procedendo sulla strada dell’accorpamento, verificando il risparmio diretto. Il governo aveva avviato anche una serie d’iniziative per riordinare prefetture, questure ecc. Ora il governo è in difficoltà perché quello che si credeva di risparmiare sta saltando. Il quadro normativo è in rapida e confusa evoluzione. Non si è preso ancora in considerazione il riordino delle funzioni, che rappresentano il quotidiano agire dell’ente: c’è ancora troppa confusione».

Sono fondati gli allarmi sul rischio di blocco dei servizi per le Province o volete solo fare pressioni sul governo?

«Al riordino di confini e funzioni si aggiunge la mannaia dei tagli: 500 milioni nel 2012 e 1, 2 miliardi nel 2013. Abbiamo avuto la stessa riduzione che hanno avuto i Comuni che hanno un’attività, in termini di spesa, sei volte superiore a quella della Province.  Andare a tagliare in questo modo, ulteriormente, significa dover rinunciare a servizi indispensabili. Si pensi al trasporto pubblico: ultimamente gli utenti Stp aumentano perché le famiglie cercano di evitare di prendere l’auto(a causa della crisi): come faremo a garantire a tutti questo servizio con i tagli che si prospettano?»

Lei ha anche a che fare con il caos del Pdl: il ritorno di Berlusconi è un ritorno al passato.

«Noi abbiamo avuto la possibilità di un rinnovamento che lanciasse un gruppo di parlamentari giovani alla guida del partito: non è stata colta fino in fondo. Ora, andare a cercare le responsabilità mi sembra una cosa inutile. La leadership di Berlusconi mi sembra ancora intatta».

Sì, ma si tratta di un ritorno che ha messo in crisi i vertici, anche salentini, che stavano pensando al futuro del centrodestra  del post-Berlusconi.

«Noi dobbiamo avere la forza di non perdere le nostre caratteristiche e la nostra impostazione (parlo del Pdl del Salento): la partecipazione, condivisione degli obiettivi, unità d’intenti. Utilizzare le primarie, anche con il Porcellum, potrebbe essere la via giusta per scegliere sempre i nostri candidati che andranno nelle liste bloccate. Possiamo dare un contributo per rinnovare il Pdl».

Però per la selezione dei parlamentari le primarie salteranno e sarà ancora una volta Berlusconi a dire l’ultima parola sulle candidature, vero?

«Berlusconi non potrà non tener conto delle scelte del territorio. Certo, i tempi ormai sono troppo stretti per poter fare le primarie. Io sento parlare spesso di schizofrenia del Pdl, ma nel Salento abbiamo un partito maturo, che si sta muovendo bene».

Questa volta, però, i posti al Parlamento sono di meno (perché nei sondaggi il Pd è in testa) e scoppieranno le rivolte degli esclusi. Chi saranno i nomi nuovi da mettere dentro? Qualcuno parla di Rocco Palese.

«Non mi sento di fare nomi, ma valuteremo la possibilità di avere presenze nuove in Parlamento, oltre al fatto che valuteremo il lavoro che hanno svolto i nostri parlamentari».

Mantovano rischia di andare via, dopo il voto in contrasto con la linea del Pdl: cercherete di trattenerlo?

«Mantovano è un bravo politico: è sempre stato vicino a Berlusconi e ha dato sempre un contributo utile al partito. Credo che sceglierà la coerenza con le sue idee».