Si è aperto, questa mattina dinanzi ai giudici della Corte di Assise di Lecce, il processo a carico dei 15 imputati, accusati a vario titolo di sfruttamento dei braccianti nei campi di Nardò e riduzione in schiavitù.

 

La Regione Puglia, assistita dall’avvocato Anna Grazia Maraschio, ha avanzato richiesta di costituirsi parte civile così come altri quattro braccianti. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 7 marzo mentre fino al 25 febbraio gli avvocati degli imputati potranno depositare documentazione per sostenere le proprie ragioni. Il giudice della Corte d’Assise, Roberto Tanisi, ha rinviato ogni decisione anche perché nella prossima udienza dovrà riunire tale processo con il procedimento concluso con il rinvio a giudizio di un altro imputato, rimasto latitante per mesi.

E’ la prima volta in Italia che si arriva alla fase dibattimentale di un procedimento in cui viene contestato il reato di caporalato, inserito nel Codice penale. Oltre al reato di caporalato la pubblica accusa, rappresentata dal pubblico ministero Elsa Valeria Mignone, contesta ai 16 imputati l’associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e permanenza in stato di irregolarità sul territorio nazionale, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, e estorsione.

Le indagini, che nel maggio scorso portarono all’arresto di 22 persone nell’ambito dell’operazione “Sabr”, furono condotte tra il 2009 e il 2011 dai carabinieri del ROS, che documentarono con filmati e intercettazioni le condizioni disumane di lavoro dei migranti nei campi. Sulla scorta di quegli accertamenti la Dda ritenne di contestare agli indagati il reato di riduzione in schiavitù, poi annullato dal Riesame e nuovamente contestato dalla Procura all’atto della conclusione delle indagini preliminari.

V.C.

 

 

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