Tempi di crisi, tempi di magra per tutti.
Commerci che non decollano, saldi che stentano a convincere le persone, consumi e produzioni che calano continuamente. Perché? Per l’effetto domino.

Se manca il lavoro, manca il potere d’acquisto. Se questo vien meno, crolla anche tutto il resto.
È creando lavoro e conferendo potere d’acquisto che possiamo e dobbiamo superare la crisi.
Diversamente, saremmo di nuovo al punto di partenza e non ce lo potremmo permettere, perché siamo “Una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Creare lavoro si può? Certo! Come? Vi espongo la mia idea, sperando che possa essere utile.
Chi mi legge da tempo, sa che c’è una cosa di cui sono profondamente convinta: non giova a nulla e a nessuno tenere le idee per sé, senza condividerle, senza realizzarle. Restano pensieri sterili.
Affinché portino frutto, devono essere proposte, condivise, spiegate, realizzate, o, almeno, bisogna provare a farlo.
Io partirei dalla scuola.
Si, si deve creare una nuova cultura.
Fin dai primi anni di studi, gli alunni degli anni successivi dovrebbero collaborare con gli insegnanti e tutto il personale, al fine di un proficuo inserimento dei nuovi studenti  e di quelli di anni precedenti al proprio; e di un sereno percorso di crescita e di studi per tutti.
Questo, intanto, favorirebbe: la diminuzione della dispersione scolastica, un maggiore interesse verso le attività proposte, lo sviluppo della cooperazione, della comunicazione, la circolazione delle idee, la cultura dell’impegno e del lavoro.
Il tutto sarebbe supportato dall’accumularsi di una “dote”, non consegnabile prima dei diciotto anni, o meglio, del conseguimento del diploma.
Si tratterebbe di soldi veri e propri che i ragazzi potrebbero utilizzare, o per realizzare un’attività propria, oppure continuare a far crescere proseguendo gli studi. I successivi step, naturalmente, sarebbero la laurea di primo e secondo livello, superati i quali, avrebbero diritto alla riscossione della dote, da utilizzare come sopra. Ovviamente, tutto, sempre, con l’opportuna e qualificata assistenza, anche economica, ove la dote non fosse sufficiente e senza che questo dia luogo ad attività speculative sui costi di apertura di una realtà produttiva. Il controllo dev’essere ai massimi livelli.
Questo, incrementerebbe la cultura d’impresa, l’impegno, fornirebbe maggiore sostegno economico agli studenti, lo sviluppo dell’imprenditorialità e la nascita di posti di lavoro.
E se qualcuno volesse lavorare alle dipendenze degli altri? Allora, la dote accumulata potrebbe essere utilizzata per la formazione in azienda, all’estero, o per successivi ed ulteriori percorsi di studi, per finanziare un’attività di ricerca in cui si crede, per divenire soci di qualche realtà produttiva.
Non aspettiamo che le cose ci vengano sempre date, impariamo anche a crearle e a sostenerle una volta nate.
Ovviamente, questo richiederà tempi lunghi, ma i risultati arriveranno.
E nel breve termine? Che fare?
Cominciare dal piccolo, ad esempio dai quartieri, per poi procedere a cerchi concentrici.
Si possono differenziare e completare i servizi, constatando cosa c’è, cosa manca, come funzionano le realtà esistenti e perché, sempre in tempi ragionevoli, al massimo un paio di mesi.
Questo, al fine di avere un quadro reale della situazione, prevedere forme di insediamento agevolato di realtà imprenditoriali, fornire servizi migliori, evitare intasamenti, perché l’utenza sarebbe soddisfatta e meglio distribuita. In pratica, si tratterebbe di organizzare delle mini città vere e proprie.
Cogliere anche le esigenze del territorio, per migliorare quanto c’è e favorire la ricerca, non solo medica, ma anche tecnologica, dei materiali, veterinaria, ambientale, umana, storica, geologica, agricola, marittima, astronomica. Si, fortissimamente si, alla ricerca che, ovviamente, non sia dannosa e lesiva per la natura e l’uomo.
Snellire le procedure burocratiche, assolutamente! Bisogna evitare, a tutti i costi, gli sprechi, i tempi lunghi, le pseudo necessità (es. costi di call center, evitabilissimi con l’uso dell’email; riconsegne inutili di domande e carte varie. Basterebbe una domanda, per via telematica, completa della documentazione necessaria, come già avviene in alcuni casi e, purtroppo, non per tutti).
Ancora, se ci sono tecnologie che possono risolvere annosi problemi ambientali, ben vengano le proposte e gli esperti del settore per implementazioni che sostituiscano e migliorino quelle obsolete, che possono, comunque, essere riciclate nei pezzi ancora utilizzabili.
Tutto questo porterebbe nuova formazione, nuove professionalità, nuovi impieghi, nuove produzioni più eco-compatibili. E il vecchio personale? Non lo perdiamo, tranquilli. Lo formiamo alla nuova professione, affiancando teoria e pratica, in maniera tale da impiegarlo già nella costruzione del nuovo, proseguendo per quando questa costruzione sarà terminata e la risorsa dovrà ruotare su un altro ruolo.
Creare dei polmoni verdi, favorire il recupero degli edifici, senza costruire selvaggiamente, garantire formazione superiore a costi accessibili e non improponibili (mi riferisco ad alcune proposte lette sul web), aumentare la vigilanza, diversificare le produzioni, con maggiore sostegno per quelle che non danneggiano la salute umana ed ambientale (es. le fabbriche che producono sigarette potrebbero essere riconvertite in aziende fitofarmaceutiche, naturalmente con gli adeguati sostegni. In realtà, in questo caso, non sono le fabbriche ad essere dannose di per sé, è quello che producono che lo è).
Diversificare anche l’uso del volantino pubblicitario (per questo, rimando al mio racconto “Missione special marketer”).
In tutti questi settori, quali forme di assunzione prevedere?
Tutte quelle esistenti, con l’aggiunta del “patto di crescita e sviluppo” per i ragazzi (caso scuola trattato all’inizio), ad una condizione: no allo sfruttamento e alle scappatoie.
Vi spiego anche come, sempre a mio parere, per tutte le forme contrattuali. Si può procedere ad  un’assunzione sincera, in base a quelle che sono le reali possibilità dell’azienda. Una volta terminato il contratto, la stessa si impegnerà a trovare un’altra occupazione rispondente alle più urgenti necessità della persona uscente, in base al tipo di disponibilità fornito (es. inutile proporre un lavoro in Alaska se la persona soffre di geloni!).
Questo impedirà di poter dire: “Ma io gli ho trovato un lavoro e ha rifiutato!”.
Poiché stante la situazione attuale è difficile che si venga assunti alle dipendenze di qualcuno, o meglio, si lavora alle dipendenze, ma con contratto a progetto, allora anche questo sarà computabile ai fini della richiesta di disoccupazione.
Tuttavia, se andrà in porto il discorso precedente, non ci sarà tempo di chiedere la disoccupazione, perché si sarà già occupati.
E se l’azienda non riuscisse a trovare nuovo lavoro per la risorsa? Allora la si formerà per quello più prossimo e vicino alle sue competenze, capacità, predisposizioni, sempre in tempi ragionevoli.
Ovviamente, le aziende più virtuose, rispondenti a criteri: ambientali, economici, umani, di innovazione, di assunzione, di servizi, anche al personale (es. servizi navetta, di vigilanza), saranno premiate, con percentuali di sconto sulle tasse.
No ai tagli alla sanità! Di assistenza le persone ne hanno un gran bisogno e di quella qualificata. Che fare? Non chiudere gli enti, ma ripianificarli, controllando realmente come vanno le cose e dove effettivamente si può risparmiare, controllando anche come si comporta il personale assunto e se veramente sussistono le necessarie competenze e capacità per quel tipo di occupazione, e la vera buona volontà.
Molto spazio dovrebbe essere garantito anche al volontariato, in tutti i settori, anche quello ecologico. In cambio, si potrebbero prevedere eque compensazioni (non necessariamente economiche, il che non autorizza ad un ricorso sfrenato a questo tipo di prestazione che, come dice la stessa parola, è volontaria e, come tale, deve anche essere accettata, ove possibile, da coloro ai quali viene proposta) e sconti sulle tasse.
Auspicherei un’ultima cosa: la creazione di portali web provinciali lavorativi (non mi riferisco a quelli dei C.P.I. o solo provinciali, la concezione è diversa), aggiornati in tempo reale, con la pubblicazione obbligatoria e gratuita, per tutte le aziende del territorio, e di chi si occupa in particolare del lavoro, delle reali possibilità di impiego, formative, di ricerca, affinché tutti possano coglierne tempestivamente notizia e, volendo, parteciparvi. 
Questo, dovrebbe essere solo il primo passo, affinché la rete operi realmente (es. se necessita un documento, piuttosto che inviare la persona a fare una coda di mezza giornata, dovrei, su autorizzazione della stessa e dell’ente che lo fornisce, chiederlo e reperirlo, fornendone adeguata e reale motivazione, in tempo reale).
Non si tratta di abbattere quanto c’è, ma di integrarlo e migliorarlo, tutti possiamo migliorare, no? Allora, con l’impegno di tutti noi, cerchiamo di fare qualcosa. Collaboriamo tutti.
Su tutto, sempre, controlli molto attenti, anche sulle prestazioni erogate fin d’ora, in tutti i settori, anche nei servizi più piccoli, perché questo garantisce maggiore tutela ad ognuno di noi, sia agli enti prestatori che all’utenza.
Avrei anche un desiderio: che a queste proposte ne seguano altre, in maniera tale da partecipare attivamente alla crescita e al benessere del nostro territorio. Compiamo questo primo passo.

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