La storia militare del Regno di Napoli differisce sensibilmente da quella del resto della penisola, in relazione ad una cultura sostanzialmente differente ma anche grazie all’opera dottrinale fornita da teorici come il Pignatelli, il Colletta, il Capecelatro e non ultimo il marchese di Martignano Giuseppe Palmieri

,  la cui opera “Riflessioni critiche sull’arte della guerra” valsero all’autore le lodi di, nientedimeno che,  Federico II di Prussia.
Grandi imprese compirono le armate napoletane al seguito di Carlo V, specialmente durante la Battaglia di Pavia, dove epiche furono le gesta di un’armata partenopea, agli ordini del marchese di Sant’Angelo. Dopo aver ingaggiato un furioso corpo a corpo col sovrano francese Francesco I, il marchese rimase ucciso nello scontro, suscitando l’ira dei suoi cavalieri che, con una violenta carica, aggredirono l’avanguardia nemica, disperdendola e catturando un cospicuo numero di prigionieri. Un’altra prova di forza di notevole valore, sempre al seguito di Carlo V, avvenne durante la battaglia di Muhlberg, avvenuta il 24 aprile 1547, contro le armate protestanti, decisa proprio grazie all’intervento della cavalleria napoletana, che passò il fiume l’Elba guadandolo, aggirando così lo schieramento avversario e cogliendolo di sorpresa.
Successivamente le armate napoletane, inquadrate in otto reggimenti nelle armate spagnole, presero parte alla Guerra dei Trent’Anni, nella guerra contro il Portogallo nel 1701 ed in quella di Successione Spagnola contro il Re Sole Luigi XIV. In tale periodo non va trascurata l’opera dottrinale del salentino Giovan Battista Martena, autore di un trattato sull’utilizzo dell’artiglieria sui teatri bellici. Anche sotto la dominazione austriaca gli eserciti napoletani dettero il loro apporto militare al fianco dei nuovi dominatori tuttavia, durante la Guerra di Successione Polacca, quando le armate franco – spagnole di Carlo III di Borbone, infante di Spagna e Duca di Parma, Piacenza e Guastalla, giunsero a Napoli, la stragrande maggioranza dei soldati napoletani si schierò al suo fianco, contribuendo in maniera determinante alla vittoria nella Battaglia di Bitonto, che sancì la ritrovata indipendenza del Regno sotto lo scettro del Borbone.
Carlo di Borbone portò dalla Spagna circa la metà di uomini di quello che sarebbe divenuto in seguito il suo esercito, circa 35 mila cui se ne aggiunsero altri 20 mila dopo breve tempo. In particolar modo rinforzò l’arma di artiglieria, ancora piuttosto povera nel Regno di Napoli, limitata a sole 300 unità ripartite fra gli addetti alla fonderia di Napoli, ai Magazzini delle polveri di Castel dell’Ovo, al laboratorio munizioni sulla via per Chiatamone, alla Scuola ed ai bombardieri delle fortezze e dei presidi dislocati lungo le coste, a difesa da eventuali sbarchi pirateschi. Il nuovo esercito si articolava dunque in reggimenti spagnoli, affiancati da reparti svizzeri, irlandesi e corsi.
L’opera del Borbone, fortemente influenzato dalla dottrina spagnola ma, in parte, anche da quella francese, fu diretta all’eliminazione di tutto ciò che potesse ricordare la dominazione asburgica. I regolamenti e l’organizzazione delle armate si richiamavano chiaramente a quelli spagnoli. Nel 1735 Carlo confermò le regole di arruolamento già in vigore all’epoca del vice regno spagnolo mentre, cinque anni più tardi istituì dodici reggimenti provinciali, articolati su due battaglioni, con i quali intendeva, in un certo qual modo, omogeneizzare le truppe locali con quelle straniere. Le uniformi dei due battaglioni, costituenti ogni reggimento, variavano in relazione al colore dei pantaloni. Il secondo battaglione, infatti, li portava dello stesso colore del panciotto.
Lasciata Napoli per sedere sul trono di Spagna, il regno passò nelle mani del figlio Ferdinando IV, allora ancora troppo giovane. Il Tanucci, reggente del giovane sovrano, nel 1765 scioglieva i dodici reggimenti provinciali, sostituendoli con sei di nuova concezione mentre, dopo il 1780, il ministro Giovanni Acton riorganizzava e rimodernava l’esercito, eliminando l’influenza spagnola e definendo il colore delle uniformi, successivamente sancito nel regolamento dell’8 aprile 1791. Questo prevedeva una giacca blu per la fanteria, mentre quella della cavalleria era celeste o verde, con calzoni di pelle giallo chiaro.

Cosimo Enrico Marseglia