Caduto il Murat, Ferdinando rientrava a Napoli ed assumeva il titolo di Ferdinando I Re delle Due Sicilie.  Subito incaricò il generale austriaco Laval Nugent di riorganizzare l’esercito, che secondo i voleri del Metternich doveva essere composto da almeno 25.000 uomini, in modo da essere

sufficientemente forte da contribuire al mantenimento degli equilibri sanciti dal Congresso di Vienna. Il generale riuscì a costituire un’armata articolata su 14 reggimenti di fanteria, 4 battaglioni cacciatori, 5 reggimenti di cavalleria, artiglieria, genio e Guardia Reale. Inoltre venne istituita anche una milizia provinciale forte di 90.000 unità circa. Tuttavia gran parte delle forze si dimostrava ancora legata alla concezione ed all’organizzazione murattiana e napoleonica ed il 2 luglio 1820, a Nola, alcuni reparti insorsero riuscendo a costringere Ferdinando a concedere la Costituzione. Durissima fu la reazione condotta dalle armate asburgiche che mise in rotta quelle napoletane, sulle quali si scatenò successivamente la repressione del sovrano.
Sotto il regno di Francesco I, nel 1825 furono istituiti quattro reggimenti svizzeri composti da mercenari per una forza pari a circa 6 mila uomini, mentre il resto delle armate era costituito da personale volontario affiancato da arruolati con la coscrizione obbligatoria che, tuttavia era molto esigua.
Il sovrano che più di tutti contribuì alla costituzione di un esercito forte e preparato fu Ferdinando II di Borbone, salito sul trono nel 1830, alla morte del padre Francesco I, che si dimostrò subito un uomo dal temperamento forte. Fra i primi provvedimenti che mise in atto, ci fu il richiamo in servizio gran parte degli ufficiali che avevano prestato servizio sotto Gioacchino Murat, dei quali ne riconosceva la preparazione e l’esperienza. L’esercito di Ferdinando II si articolava essenzialmente sulla leva, che durava cinque anni, ai quali ne seguivano altri cinque nella riserva, tuttavia esisteva anche la possibilità di effettuare otto anni continuati. Il numero dei coscritti veniva stabilito anno per anno dallo stesso sovrano. Successivamente i nomi venivano sorteggiati nei comuni del regno fra i giovani in età compresa fra i 18 ed i 25 anni, quindi inviati nel capoluogo della provincia di appartenenza per la visita di idoneità e successivamente inviati ai reparti per un addestramento di sei mesi. Accanto alla leva esisteva anche la possibilità di prestare servizio volontario di otto anni per i cittadini dello Stato, di quattro per gli stranieri. L’Istituto più importante per la formazione degli ufficiali, in particolare del genio e dell’artiglieria, era la Scuola Militare “Nunziatella” di Napoli, tuttavia la stragrande maggioranza degli ufficiali dell’esercito proveniva dai sottoufficiali, in seguito al superamento di un duplice esame. Per ciò che concerne le promozioni, si avanzava per anzianità ai gradi di capitano, tenente colonnello e colonnello, mentre per quelle a tenente e maggiore era richiesto il superamento di una prova d’esame.
L’esercito si articolava nelle armi di fanteria, cavalleria, artiglieria, genio, affiancate dalla gendarmeria, ai quali si aggiungevano due reparti di truppe sedentarie stanziate la prima a Napoli, la seconda a Palermo, alle dirette dipendenze del sovrano. A queste si aggiungevano i citati reggimenti della Guardia Svizzera. In Sicilia esisteva anche un corpo di polizia speciale denominato: “Corpo delle Compagnie d’Armi”, retaggio dell’epoca feudale, poiché prendevano origine dalle milizie personali dei signori. La fanteria si suddivideva in di linea, leggera, della guardia reale ed estera, la cui unità di base era la compagnia. In linea di massima sei compagnie costituivano un battaglione, mentre due battaglioni formavano un reggimento. Alla fanteria della Guardia Reale competeva la protezione del sovrano e della sua famiglia. La cavalleria si distingueva in “leggera”, composta da reparti di cavalleggeri, ussari e dragoni, e “pesante”, istituita nel 1848 e articolata in reggimenti, formati da due battaglioni, a loro volta composti da due squadroni operativi e da uno di addestramento. L’arma di artiglieria si componeva di due reggimenti di artiglieria a piedi, quindici batterie montate, delle quali una estera, un gruppo di artificieri, una compagnia a cavallo, un corpo speciale di artiglieria antisbarco che presidiava le piazze marittime ed un battaglione del Treno, con compiti logistici e di trasporto. A questi si aggiungeva un’ulteriore specialità denominata “Corpo Politico” dell’Artiglieria cui spettava il compito di costruire o approntare il materiale bellico.
L’esercito delle Due Sicilie partecipò con due divisioni, agli ordini del generale Guglielmo Pepe, alla prima fase della Prima Guerra di Indipendenza, nel 1848, al fianco dei Piemontesi. Dopo il loro ritiro da parte del sovrano, alcuni reparti scelsero di seguire il Pepe a Venezia, mentre altri combatterono a Curtatone e Montanara. Nel 1860, al momento dell’arrivo dei garibaldini, i reggimenti erano in totale quindici: 1° Rgt. “Re”, 2° Rgt. “Regina”, 3° Rgt. “Principe”, 4° Rgt. “Principessa”, 5° Rgt. “Borbone”, 6° Rgt. “Farnese”, 7° Rgt. “Napoli”, 8° Rgt. “Calabria”, 9° Rgt. “Puglia”, 10° Rgt. “Abruzzo”, 11° Rgt. “Palermo”, 12° Rgt. “Messina”, 13° Rgt. “Lucania”, 14° Rgt. “Sannio”, 15° Rgt. “Messapia”, per un totale di 100 mila uomini.

Cosimo Enrico Marseglia

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