In occasione dei 50 anni dalla legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti una delegazione dell’Odg, in mattinata, è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e dal ministro della Giustizia, Paola Severino. Tra i tre interventi previsti, la relazione dell’unico giornalista salentino presente, l’ex direttore di Canale 8, Gaetano Gorgoni, che ha parlato dei problemi del precariato giornalistico e dell’informazione locale.

 

Il presidente Enzo Iacopino ha voluto parlare della crisi della professione attraverso le testimonianze dirette di Amalia De Simone, direttrice di Radio Siani, impegnata nella lotta alla camorra e vittima di un’ingiusta richiesta di risarcimento per diffamazione (anche a causa di un titolo non scritto da lei e di una rettifica che  i responsabili del suo giornale non misero in tempo) e di Gaetano Gorgoni, che ha scelto di dimettersi in diretta, pochi mesi fa, per difendere la dignità del lavoro giornalistico. I tre interventi, di Iacopino, De Simone e Gorgoni, hanno puntato tutti su un principio: non si può difendere il diritto all’informazione senza una classe di giornalisti autorevole, che non sia soggetta al ricatto occupazionale.

«Dignità e legalità sono lo scudo sotto al quale deve ripararsi, in questi tempi bui, la professione giornalistica- ha dichiarato Gaetano Gorgoni – credo di rappresentare un grido di allarme che da ogni parte d’Italia si sta levando. In questi anni sono sorti movimenti spontanei di giornalisti precari in tutta Italia per gridare che “l’informazione non è un hobby”. L’informazione è una cosa seria, non si improvvisa: ci vogliono anni di studio e tanta esperienza sul campo per diventare un giornalista affidabile. La nostra è una professione delicata, svolgiamo un lavoro intellettuale di mediazione fondamentale per una democrazia che si rispetti: bisogna essere in grado di costruire un rapporto di fiducia vero tra operatori e fruitori dell’Informazione. Il diritto a un’informazione non manipolata, non distorta, non asservita al potere lo si può garantire solo creando una classe giornalistica autorevole, con la schiena dritta, indipendente e senza il cappello in mano. Quale indipendenza può avere un precario, un giornalista ricattabile? Chi va avanti per anni con contratti a progetto, pagato con cifre ridicole? Come fare, in condizioni precarie, a non piegarsi alle pressioni che vengono dalla proprietà e dall’esterno?».

Queste sono le domande poste alle istituzioni in un momento in cui la professione è cambiata e, come ricorda Iacopino, «servono nuove regole, una riforma dell’Ordine e un cambio di rotta per contrastare lo sfruttamento del lavoro giornalistico». Il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, anche questa volta si è presentato con la spilla di “Informazione precaria” e ha regalato al ministro e al Capo dello stato una spilla dell’ordine e il volume “Guido Gonella giornalista e politico”. Il ricordo del primo presidente dell’Ordine è il punto da cui partire per trasferire i principi che lui raccolse nella legge ordinistica, ancora validi, in leggi più attuali, che affrontino in maniera più adeguata i problemi della professione giornalistica. Molto interessante anche l’intervento di Amalia De Simone, che, oltre a puntare il dito contro il precariato, ha chiesto di mettere subito mano alla legge sulla diffamazione, perché la mafia e il potere economico e politico possono neutralizzare facilmente i giornalisti che fanno il loro dovere con denunce pretestuose o con minacce di denunce che costringono giornalisti precari a sborsare fior di quattrini per pagarsi l’avvocato e lunghi processi, anche quando sono dalla parte della ragione.

Il ministro Severino ha risposto dicendo che sono state fatte alcune riforme e che molto si deve ancora fare: «Per arginare il precariato bisogna anche intervenire sull’accesso, permettendo di svolgere la professione solo a giornalisti preparati e professionali. Bisogna andare avanti sulle riforme. Per quanto riguarda la diffamazione, sono favorevole alla depenalizzazione e ad agire soprattutto sul meccanismo della rettifica, per evitare rimborsi esorbitanti. Con un meccanismo che sostituisse il risarcimento con una rettifica adeguata, imposta al giornale e proporzionata all’errore fatto, si potrebbe evitare il ricatto della denuncia pretestuosa».

Il Presidente Napolitano ha dimostrato grande sensibilità agli argomenti trattati, ma ha ricordato che spesso ci sono dei «cortocircuiti tra informazione e riservatezza necessaria delle indagini giudiziarie», richiamando le vicende di Mps, «quindi, è necessario coniugare diritto all’informazione e rispetto dello stato di diritto».  Servono leggi che possano contemperare questi due diritti, senza mettere un bavaglio all’informazione. Il problema resta e si estrinseca tutto nell’appello che Gaetano Gorgoni rivolge al Presidente della Repubblica: « Oggi, Presidente, la mia generazione ha bisogno di gesti forti, di parole decise da parte delle istituzioni. La professione giornalistica deve tornare a essere un baluardo della democrazia, dev’essere rispettata ed esercitata da gente preparata e competente, da persone retribuite dignitosamente, che siano in grado di svolgere serenamente questo delicatissimo lavoro, non da redattori camuffati da stagisti, da finti collaboratori pagati pochi euro al pezzo. La mia non è una difesa corporativa della categoria, ma un’esigenza democratica e civile».

Questa la relazione letta da Gaetano Gorgoni al Presidente Napolitano:

Questo è un giorno importante per me, perché ho una grande occasione che spero di riuscire a sfruttare bene: raccontare il profondo disagio della mia generazione, di chi spesso non ha voce.
Grazie Presidente per la sua sensibilità e per la sua capacità di ascoltare le tante voci flebili di chi non ha potere e vive nell’incubo di un futuro precario, dopo anni di studio e di duro lavoro. A Lei, Presidente Napolitano, strenuo difensore dei principi costituzionali, chiedo, oggi, di sposare la battaglia di chi spesso non ha voce, quella della difesa della dignità della professione giornalistica, della lotta allo sfruttamento, della difesa del futuro delle nuove generazioni di giornalisti e della garanzia di una retribuzione «proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». A Lei chiedo che l’applicazione dell’articolo 36 della nostra Costituzione non resti solo un sogno per migliaia di giovani giornalisti: servono le leggi, come quella dell’equo compenso, che l’Ordine è riuscito a ottenere, ma è necessario promuovere anche la cultura della legalità nelle aziende.
Questo Paese è ancora pieno di  finti imprenditori che succhiano risorse statali, senza pagare contributi ai dipendenti, usando i mille escamotages che la contrattazione flessibile dona loro, per esiliare le giovani leve in un limbo di precarietà dal quale usciranno, forse, molti anni più tardi, vecchi e senza pensione. Non ci sono solo le vicende dei nostri amici e colleghi: l’Ordine ha raccolto migliaia di storie di sfruttamento in tutta Italia, storie che raccontano di venditori di sogni che si arricchiscono con i contributi pubblici, mentre c’è chi dà la propria anima e gioventù per ricevere  stipendi simili a rimborsi spese.
Dignità e legalità sono lo scudo sotto al quale deve ripararsi, in questi tempi bui, la professione giornalistica: credo di rappresentare un grido di allarme che da ogni parte d’Italia si sta levando. Sono sorti tanti movimenti di “Informazione Precaria”, in questo ultimo periodo, per scuotere l’opinione pubblica e per affrontare il problema del precariato nella professione giornalistica. Dobbiamo far entrare in testa a tutti il nostro slogan: “l’informazione non è un hobby!”. L’informazione è una cosa seria, non si improvvisa: ci vogliono anni di studio e tanta esperienza sul campo per diventare un giornalista affidabile. La nostra è una professione delicata, svolgiamo un lavoro intellettuale di mediazione fondamentale per una democrazia che si rispetti: bisogna essere in grado di costruire un rapporto di fiducia vero tra operatori e fruitori dell’Informazione. Il diritto a un’informazione non manipolata, non distorta, non asservita al potere lo si può garantire solo creando una classe giornalistica autorevole, con la schiena dritta, indipendente e senza il cappello in mano. Quale indipendenza può avere un precario, un giornalista ricattabile? Chi va avanti per anni con contratti a progetto, pagato con cifre ridicole? Come fare, in condizioni precarie, a non piegarsi alle pressioni che vengono dalla proprietà e dall’esterno?
Per non parlare della condizione delle donne giornaliste, soprattutto nel panorama locale, ormai sono più degli uomini, sono aumentate considerevolmente, e sappiamo che sono le più sfruttate: mal retribuite, difficilmente in posizioni apicali e con contratti che impediscono loro di programmare una gravidanza, perché vengono mandate  a casa dopo il parto, grazie ai contratti a progetto.
Per quanto riguarda l’emittenza locale, con cui ho avuto a che fare per 15 anni prima delle mie dimissioni in diretta, se è vero che molti imprenditori hanno solo preso senza investire e capitalizzare, è anche vero che non è stata applicata la legge che prevedeva che una parte delle risorse derivanti dal pagamento del canone dovessero andare alle tv locali ed è anche vero che il digitale terrestre si è trasformato nella tomba di centinaia di imprese locali: alcune hanno chiuso, la maggior parte delle tv hanno messo il personale in cassa integrazione. L’informazione locale dà voce ai territori, alle istituzioni, alle piccole imprese del territorio: dev’essere sostenuta, dev’essere aiutata a rimettersi in piedi, ma devono essere contrastate, con decisione, tutte le forme di sfruttamento del lavoro che si sono create. Bisogna fare pulizia, far crescere gli imprenditori sani e creare meccanismi che mettano fuori gioco i “prenditori”, quelli che chiedono sostegno pubblico senza aver mai investito veramente.
Oggi, Presidente, la mia generazione ha bisogno di gesti forti, di parole decise da parte delle istituzioni. La professione giornalistica deve tornare a essere un baluardo della democrazia, dev’essere rispettata ed esercitata da gente preparata e competente, da persone retribuite dignitosamente che siano in grado di svolgere serenamente questo delicatissimo lavoro, non da redattori camuffati da stagisti, da finti collaboratori pagati pochi euro al pezzo. La mia non è una difesa corporativa della categoria, ma un’esigenza democratica e civile.

Eliana Degennaro