L’8 settembre 1943 viene reso pubblico l’armistizio siglato alcuni giorni prima fra il governo Badoglio e le forze alleate. Alle 18 dello stesso giorno il Colonnello Sforza, addetto al Comando Territoriale del IX Corpo d’Armata, informa telefonicamente il Presidio Militare di Barletta che a Bari

si è sparsa la voce di un possibile armistizio fra l’Italia e gli Anglo –Americani. Pochi minuti dopo anche il podestà di Barletta, Giulio De Martino, avverte il comando che la notizia si è diffusa anche fra i cittadini. Alle 0,20 de 9 settembre giunge un dispaccio del Capo di Stato Maggiore, nel quale la popolazione viene invitata a non ostacolare le manovre alleate pur mantenendo un comportamento dignitoso nei loro confronti. Inoltre si esortano i cittadini ad evitare anche ogni possibile incidente con le forze tedesche. Il giorno successivo trascorre senza problemi.
Alle ore 2,00 dell’11 settembre un ulteriore dispaccio dispone di considerare le truppe tedesche come nemiche, pertanto il comandante del presidio, Colonnello Francesco Grasso, dopo aver riunito i comandanti dei vari reparti presenti, informandoli del contenuto del dispaccio, provvede a costituire alcuni capisaldi sulle vie di accesso alla città, comunica lo stato di allerta, nonché dispone di far saltare il ponte sull’Ofanto, da parte di un reparto del Genio. Le difese della città vengono approntate sui reparti presenti, il cui armamento consiste in fucili, moschetti e di un limitato numero di fucili mitragliatori e mitragliatrici. Solo il 546° Battaglione Costiero dispone dell’armamento previsto. Inoltre due pezzi di artiglieria vengono dislocati rispettivamente al caposaldo “Cittiglio”, sul fiume Ofanto, ed in prossimità del cimitero. Anche un piccolo cannone anticarro 47/32 viene allestito nella zona delle Casermette, in contrada “Crocifisso”, a difesa della strada proveniente da Andria.
È proprio quest’ultimo caposaldo, comandato dal Tenente Vasco Ventavoli, a sostenere il primo scontro con i Tedeschi nella serata dello stesso giorno, riuscendo ad arrestarne l’avanzata grazie ad una strenua resistenza nei pressi del ponte. La successiva controffensiva guidata dal tenente Ventavoli, pur condotta in inferiorità di uomini e mezzi, costringe il nemico a ritirarsi. Ricevuta notizia di quanto accaduto, il Colonnello Grasso tenta di mettersi in contatto con il comando di Bari per informarlo, ma ogni tentativo fallisce perché le linee di comunicazione sono interrotte. Riesce tuttavia ad informare il 15° Battaglione Costiero, grazie al quale la notizia dello scontro giunge a Bari. La risposta del Comando dell’IX Corpo d’Armata riferisce, inspiegabilmente, che nessuno è a conoscenza di quanto avvenuto a Barletta e si prega il colonnello di inviare dettagliato rapporto. Tale rapporto sarebbe giunto nel luglio del 1945, al ritorno del colonnello dal lager nazista.
Infatti, all’alba del 12 settembre il capostazione di Barletta informa telefonicamente il Comando di Presidio che un reparto tedesco ha occupato il casello ferroviario posto alle spalle del reparto che presidia le vie per Andria e Canosa. Immediatamente viene disposto l’intervento di un plotone ciclisti del 546° Battaglione Costiero, che riesce a far prigionieri circa venti Tedeschi, successivamente condotti al castello, sede del Comando di presidio. Nel frattempo, intorno alle 7,30, una colonna di carri armati, seguita da una quarantina di autocarri pieni di soldati, investe il caposaldo sull’Ofanto mentre simultaneamente tre aeromobili “Stukas” bombardano la città. Mezz’ora più tardi un’altra offensiva viene sferrata contro il reparto di via Canosa, che viene letteralmente annientato. I Tedeschi invadono Barletta, sparando indiscriminatamente sui cittadini. Cadono anche alcuni vigili urbani che cercano di difendere la città. Intorno alle 8,30 il comandante della colonna tedesca ordina la resa incondizionata della città. Per evitare ulteriori spargimenti di sangue, il Colonnello Grasso si arrende ed alle 9,00 i Tedeschi fanno il loro ingresso nel castello dove lo aggrediscono e lo portano via.
Il Colonnello Grasso viene deportato in Germania e successivamente, rientrato alla fine della guerra, subisce anche un processo di fronte al tribunale militare, al termine del quale viene riconosciuto innocente.

Cosimo Enrico Marseglia

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