La vicenda delle trasfusioni di sangue infetto nel Salento non è ancora chiusa, anche se in alcuni casi sono passati troppi anni. Fa rabbrividire il parere della commissione medica chiamata a stabilire il nesso causale tra le trasfusioni e l’epatite C contratta da una paziente salentina: «Dal 1984 si è verificato un trattamento per un lunghissimo tempo con sangue di origine scarsamente controllato, non adeguatamente trattato e non testato».

Diversi salentini, che prima degli anni novanta si sono sottoposti a trasfusioni, hanno scoperto, molto tempo dopo, di aver contratto l’epatite C: una malattia infettiva gravissima, che colpisce soprattutto il fegato e che si manifesta anche a dieci anni di distanza dalla trasfusione.Sul Corrieresalentino.it ci siamo già occupati delle sentenze di condanna al risarcimento a favore delle vittime del sangue infetto: ora c’è una nuova sentenza, in secondo grado, che salva il Ministero della Salute, ma riconosce la responsabilità di quella che un tempo si chiamava Usl. A gennaio sono state depositate le motivazioni dei giudici della Corte d’Appello di Lecce, che ha riconosciuto il diritto di una trentenne leccese a essere risarcita dall’Asl. Anche questa volta, però, vengono rigettate le richieste di risarcimento dei familiari per ‘danno parentale’.

 

Nelle motivazioni è scritto che l’Usl (oggi Asl) «non ha dato prova, su di essa incombente, di una corretta prestazione di spedalità, non avendo segnatamente prodotto alcun documento sanitario (cartelle cliniche o altro) da cui evincere il rispetto delle norme precauzionali di controllo sulla sicurezza del sangue trasfuso, in ordine né alla sicurezza né ai controlli praticati su di esso». All’epoca dei fatti, prima di procedere alle trasfusioni era necessario svolgere tutta una serie di controlli: il punto è che non sono state fornite le prove di questi controlli.

Per i giudici, la struttura non ha saputo dimostrare che la prestazione è stata eseguita in maniera diligente e che il contagio lamentato si sia verificato per eventi imprevisti o imprevedibili. L’Usl ha provato a contestare il nesso causale tra la propria presunta condotta omissiva e l’evento lesivo, ma questa difesa è stata smontata dalla Commissione medico ospedaliera di Taranto del 7-12-1999, «che ha riconosciuto un nesso causale tra le trasfusioni con l’infermità di epatite cronica C in paziente politrasfuso, con conseguenti menomazioni permanenti di integrità psicofisica».

I giudici della Corte d’Appello di Lecce (seconda sezione civile, presieduta dal dott. Giovanni Buquicchio) motivano la sentenza di condanna puntando il dito sugli «inadempimenti omissivi qualificati e idonei a porsi in relazione causale con il danno lamentato»: in altre parole, non ci sarebbe stata diligenza e prudenza da parte della struttura che si occupava delle trasfusioni, perché, anche se l’obbligo del test virologico fu introdotto dopo il 1990, i responsabili sono colpevoli di non aver svolto i controlli opportuni sul sangue donato. Insomma, l’Usl non ha provato che i controlli, all’epoca dei fatti, venissero veramente attuati, quindi,  «è responsabile  contrattualmente dell’infezione di epatite C contratta dalla donna leccese».

Accertata la responsabilità, la vittima di questo triste incidente sanitario dovrà attendere un’altra sentenza per individuare «esistenza e quantificazione dei danni pretesi». La donna ha chiesto 124 mila euro circa per il danno biologico, 62 mila per quello morale, oltre 112 mila per il danno esistenziale e 40 mila come prezzo forfettario per le spese mediche sostenute e da sostenere.  Il calvario continua, prima che arrivi il “ristoro economico”.

I giudici, nelle diverse sentenze che si sono succedute sulle vicende del sangue infetto, hanno avuto orientamenti diversi: a volte hanno condannato al pagamento il Ministero e a volte l’Asl. Questa volta è toccato a quella che un tempo era l’Usl. L’avvocata Tonia Gigante, che assiste alcune vittime di questo grave incidente della sanità salentina, è riuscita a ottenere le sentenze di risarcimento alcuni suoi assistiti, ma ora c’è una seconda battaglia da mandare avanti: quella  dei soldi che ancora non sono stati liquidati. Tra le altre considerazioni che bisogna fare c’è anche quella che le vittime del sangue infetto potrebbero aver infettato altre persone: difficile pensare che un risarcimento basterà a recuperare la salute perduta di questa gente.

Gaetano Gorgoni

 

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