La crisi non dà tregua, semmai incalza, trascinando con sé  tutto ciò che  il Nostro Paese ha costruito negli anni . L’impegno, i sacrifici, gli investimenti di tanti imprenditori ed anche il lavoro di tante maestranze lasciano il tempo che trovano.

L’immagine scattata da Confindustria Lecce e presentata questa mattina agli organi di stampa, mostra una Nazione in ginocchio.  Le tasse, le norme, la burocrazia ,portano  le imprese allo stremo.  La maggior parte non è più  in grado di produrre neppure un posto di lavoro. Molte chiudono. Altre restano in bilico tra la sopravvivenza ed  il fallimento. «Siamo sull’orlo del baratro, con un piede sospeso nel vuoto» ha  detto Vincenzo Portaccio, responsabile provinciale per la piccola industria . Per non caderci del tutto  l’associazione di categoria ha individuato  una terapia d’urto per le imprese, l’occupazione, i consumi. Confindustria rintraccia  le cause di questo default imprenditoriale nell’insostenibile pressione fiscale, nella Pubblica Amministrazione che opera lentamente servendosi di una burocrazia asfissiante, nella giustizia inefficiente. Non lasciano ben sperare  le parole del Presidente Piernicola Leone de Castris: « non c’è alcuna prospettiva se non si interviene subito. La situazione è davvero drammatica. Sinora le istituzioni non hanno fatto nulla. Non sono ancora calate nella realtà del paese».

Forse la campagna elettorale , in cui riecheggia soprattutto  il tema del lavoro, non aiuta ma distrae la politica . O forse incrementa vane promesse.  I dati nazionali  sono disastrosi. Quelli regionali mostrano il Pil crollato di oltre sette punti percentuali, la disoccupazione in aumento, soprattutto quella giovanile, lavoratori  in cassa integrazione in deroga e  produzione industriale  caduta di un quarto.

La straordinaria terapia d’urto proposta  dalla corporazione per dare respiro e rilancio all’industria, prevede , a livello nazionale,  una  riduzione del costo del lavoro con l’abolizione  dell’Irap, misure per la crescita economica ad un tasso annuo del 2%,esclusione delle spese per gli investimenti dai vincoli del patto di stabilità. Il manifesto introduce 40 ore lavorative all’anno pagate il doppio perché esentate da Irpef e contributi. Lavorare il sabato , dunque, significherebbe  incrementare la produzione e soprattutto  il reddito di un lavoratore di oltre il 25%, che si traduce in consumo. A livello territoriale le imprese chiedono il ricalcolo dell’Imu, basata su valori superiori a quelli di mercato,  e della Tares, che assimila i rifiuti industriali a quelli urbani. La categoria ritiene inoltre necessario rendere più efficiente la pubblica amministrazione, sfoltire la burocrazia, accelerare i pagamenti.  Infine maggiore trasparenza nei rapporti con le banche , che devono riaprire i rubinetti del credito, e maggiore apertura tra imprese stesse per favorire l’aggregazione.

“Niente più spazi per inutili confronti” conclude Confindustria. Non è il momento delle passerelle ma delle responsabilità.