Rosso, come le labbra, come le gote tinte d’imbarazzo. Rosso come la forza dirompente del sangue. Il sentiero di mattoni gialli di Dorothy Gale a Lecce, in Piazza Duomo, ieri, si è trasformato in un sentiero di scarpe rosse, d’ogni guisa e forma, dalle ballerine alle espadrillas, perché in qualche modo si ritrovasse e si indicasse, per tutte noi, la strada di casa, quella sicura dell’accoglienza, dell’approdo, del rispetto.

Un ruscello di scarpe appaiate, nella maggior parte dei casi, dal rosso vermiglio originale o tinte per l’occasione presso un apposito banchetto con barattoli e pennelli, conferite attraverso il passaparola da amiche, conoscenti, sconosciute, a lasciare un’orma personalissima, una sorta di contributo o pensiero contro la violenza sulle donne.

L’iniziativa evento, “Zapatos Rojos”, è un progetto internazionale d’arte pubblica dell’artista messicana Elina Chauvet, curato da Francesca Guerisoli, che ha scelto Lecce come prima e, per ora, unica città del Sud Italia, promosso dalla consigliera di Parità della Provincia di Lecce Alessia Ferreri, in partnership con la Commissione provinciale Pari Opportunità e la Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari (Fidapa) di Lecce.

Scarpe rosse, dimora vezzosa di piedi, passi in rosso, impronte, per seguire sulle sponde una silenziosa, immobile marcia del diritto negato, per pensarci diverse non solo nella protesta, ma soprattutto nel vivere quotidiano, nella condivisione di una strada comune che non risponda alla necessità di genere.

Un urlo sordo era quel fiume di scarpe, una piena, spiegata ai piedi delle bambine incuriosite dai percorsi alternativi, una rivincita dai toni accesi, un segno a penna rossa sul foglio bianco contro la bestialità indegna della violenza, nel senso assoluto dell’atto che si riversa sulla fragilità, sulla congenita accoglienza del ventre, che rigurgita dentro dolori e paure.

Violenza di atti e violenza di parole, della mancata comprensione, della mancata protezione, risiedeva ieri in quelle scarpe rosse; passo alla pari, nella certezza dell’appoggio a terra o nel vacillare del tacco sottile. Metterci i piedi dentro, questo era l’istinto, nel movimento naturale della condivisione, dell’abbraccio di sorellanza che mira al cammino, al progresso, al cambiamento.

Un pensiero alla fine, prima di andare, nel nome della madre, a chi ha indossato scarpe mai difese, mai esposte.

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