E’ stata parzialmente riformata in appello la sentenza di primo grado inflitta a Paolo Antonaci il 28 aprile 2010 quando il 33enne di Galatina venne condannato a quattro anni ed otto mesi di reclusione con l’accusa di agevolazione dolosa dell’uso di sostanze stupefacenti. I giudici d’Appello, (Presidente Giacomo Conte, relatore Antonio Del Coco, a latere Eva Toscani), hanno abbassato la condanna a tre anni di carcere. L’uomo trascorse anche un periodo detentivo prima di essere scarcerato. I fatti finiti in un’aula di Tribunale prendono spunto da una festa organizzata nella notte tra il 20 e il 21 gennaio del 2007 all’interno di un locale di Aradeo adibito a discoteca dove si stava svolgendo una festa. L’irruzione dei finanzieri di Gallipoli interruppe il party perché molti avventori, tra cui svariati minori, vennero sorpresi mentre facevano uso di droga. Luci della festa spente, decibel abbassati e Antonaci finì prima in una cella di “Borgo San Nicola” e poi processato perché riconosciuto responsabile di quella festa in odor di droga-party. L’avvocato difensore Walter Zappatore, sia dinanzi ai giudici di primo grado che in Appello, ha sempre sostenuto come Paolo Antonaci non avesse nulla a che vedere con quella festa perché il locale, oggetto della perquisizione, non era suo. Per la linea difensiva, la struttura era condotta in locazione dal fratello dell’imputato che quella sera non si trovava all’interno semplicemente perché lo aveva concesso in locazione ad altre persone, per l’esattezza ad un gruppo musicale. In sostanza, Paolo Antonaci si trovava all’interno di quel locale sol perché il fratello gli aveva detto di andare a dare una mano ma solo come cameriere dietro al bar. I giudici, invece, hanno ritenuto che fosse lui il responsabile perché il legale rappresentante della band musicale si giustificò sostenendo che non aveva alcuna gestione di quel locale e di trovarsi lì per mettere musica. In attesa del deposito delle motivazioni della sentenza previsto fra 90 giorni, il legale di Antonaci si riserva l’ultima carta: quella di ricorrere all’ultimo grado di giudizio.

F.O.

 

 

CONDIVIDI