Regina-BianchiRegina Bianchi era nata a Lecce, l’1 gennaio del 1921, ed è morta ieri a Roma, ma il suo nome resterà legato a Napoli, alle pagine piu’ belle del grande teatro napoletano. L’attrice il teatro lo aveva letteralmente succhiato con il latte materno: il suo vero nome era Regina D’Antigny, figlia d’arte di genitori d’origine francese che la portarono in palcoscenico per la prima volta quando aveva solo otto giorni. Attrice in erba sarà poi scritturata giovanissima, a soli 16 anni, da Raffaele Viviani e quindi da Eduardo De Filippo, nella compagnia che lo vedeva insieme a Titina e Peppino. Scritture grazie alle quali divento’ una delle piu’ apprezzate attrici del teatro napoletano. Nel 1944, quando i due fratelli De Filippo si separarono clamorosamente Regina Bianchi scelse di entrare nella nuova compagnia fondata da Peppino. Poco dopo l’attrice abbandonò le scene, per ben 15 anni, dedicandosi esclusivamente alle due figlie avute con il suo compagno Goffredo Alessandrini, ex marito di Anna Magnani, che premeva per questa scelta. Il ritorno in palcoscenico avvenne sul finire degli anni cinquanta, come protagonista di grandi piece del teatro di Eduardo: fra le piu’ apprezzate la parte principale in ‘Filumena Marturano’ ma anche quelle in lavori quali ‘Sabato, domenica e lunedi”, ‘Napoli milionaria!’ e ‘Questi fantasmi’. L’attrice divenne l’interprete femminile per eccellenza dei testi di Eduardo De Filippo, cui riconosceva di averla resa cio’ che era: “Se sono Regina Bianchi lo devo a lui e questo non posso scordarlo”, dichiaro’ in una intervista. Dal palcoscenico al grande schermo, Regina Bianchi e’ stata diretta nel cinema da, fra gli altri, Vittorio De Sica in ‘Il giudizio universale’ (1961), da Nanny Loy in ‘Le quattro giornate di Napoli’ (1962) che gli valsero il Nastro d’argento, da Paolo e Vittorio Taviani in ‘Kaos’ (1984) e da Alessandro Di Robilant in ‘Il giudice ragazzino’ (1994). Sul piccolo schermo e’ apparsa in serie televisive quali ‘I grandi camaleonti’ di Edmo Fenoglio (1964) e ‘Gesu’ di Nazareth’ di Zeffirelli (1977).

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