tiz pastoreAlla Luce delle dimensioni inquietanti che la questione relativa al sovraffollamento del carcere di Lecce ha assunto nel nostro territorio, la giovane professionista Avvocato Tiziana Pastore, frequentando le associazioni di volontariato, ha potuto constatare che, purtroppo, esse sono le uniche che, a malapena, riescono a fronteggiare una situazione che, erroneamente, viene definita di emergenza ma che, in realtà, si prolunga da decenni. La stessa rileva l’assenza dello Stato, il quale si fa “ sostituire” di fatto dai volontari che, con spirito di abnegazione, regalano ai detenuti sostegno morale e materiale evitando, così il collasso della struttura. Le testimonianze raccolte dall’avvocato riferiscono una serie di problematiche: nelle celle costruite per tre persone vi sono cinque detenuti, letti a castello a tre posti, dove il terzo si trova ad un palmo dal soffitto diventando faticoso riposare, mancanza di finestre nei bagni impedendo la areazione degli stessi, docce con acqua non sempre calda, fuoriuscita di acqua color ruggine, sifoni otturati nei piatti doccia che provocano il ristagno dell’acqua. Ancora, il lavoro, che è uno degli strumenti fondamentali per la risocializzazione del condannato, all’interno degli istituti penitenziari scarseggia. Si tratta di un allarme sociale che lo Stato vede, ma non guarda attentamente. E’ una questione di prepotente urgenza sul piano costituzione e civile che impedisce non solo l’attuazione di programmi trattamentali, ma soprattutto il rispetto dei più elementari diritti dei detenuti. Il grave peggioramento delle condizioni detentive ha determinato l’aumento dei casi di suicidio e di autolesionismo. L’avvocato Pastore definisce il carcere di oggi come un luogo di punizione e rivisitazione di una vendetta tribale, dove la risocializzazione del reo rimane una semplice teoria rimasta priva di applicazione di sorta. Procrastinare l’attenzione sul problema significa rendersi complici di barbarie inflitte a soggetti portatori, in ogni caso, di diritti costituzionali. Chi ha commesso un crimine è condannato a scontare la propria pena con la privazione della libertà, giammai della dignità. Secondo la professionista, vista l’attenzione al problema da parte del capo gruppo del Pdl a Palazzo Carafa, Damiano D’Autilia, il quale ha dimostrato a tal proposito l’ interesse ad individuare possibili risoluzioni e, soprattutto, la volontà ad assumere un impegno politico, sarebbe opportuno attivare immediatamente un confronto fra le varie forze politiche, allo scopo di porre in essere un’azione combinata tra Comuni, Province, Associazioni e varie cariche istituzionali, volta all’affermazione di soluzioni auspicate, con sguardo tutto tondo sui diritti umani e sull’utilizzo degli strumenti penali da parte di una società democratica.

Tina Piccinno

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