DSC_0011-003Sentendo per la prima volta il nome Beppe Salvia, non si percepisce il valore nascosto dietro all’ apparente anonimità. Si potrebbe affermare che è uno degli autori minori della nostra letteratura, ma anche in questo caso si commetterebbe un grande errore. Una valutazione errata che per circa trent’anni ha condannato Beppe Salvia a sopravvivere nell’ombra dei grandi nomi. E quale modo migliore per riscattare gli anni di silenzio se non quello di dare voce al poeta stesso?

“A scrivere ho imparato dagli amici,/ ma senza di loro. Tu mi hai insegnato/ a amare, ma senza di te. La vita/ con il suo dolore m’insegna a vivere,/ ma quasi senza vita, e a lavorare,/ ma sempre senza lavoro. Allora,/ allora io ho imparato a piangere, ma senza lacrime, a sognare, ma/ non vedo in sogno che figure inumane. /Non ha più limite la mia pazienza./ Non ho pazienza più per niente, niente/ più rimane della nostra fortuna./ Anche a odiare ho dovuto imparare/ e dagli amici e da te e dalla vita intera.”

Beppe Salvia, nasce a Potenza nel 1954 e sceglie di morire all’età di trentuno anni, sotto il cielo della Capitale. Durante la sua breve e intensa vita, Salvia, entra a far parte della cerchia di poeti e artisti che negli anni Ottanta a Roma daranno un nuovo slancio alla cultura letteraria italiana. Le prime poesie del giovane lucano compaiono intorno alla fine degli anni Settanta sulle riviste «Nuovi Argomenti» e «Prato Pagano» ma il suo contributo più grande consiste nel rinnovamento della poesia di fine secolo, portato avanti con fervente attività su «Braci». Nell’Italia delle post-avanguardie Salvia fonda infatti, insieme a un gruppo di amici tra cui Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti e Marco Lodoli, la rivista indipendente «Braci» che raccoglie su pochi fogli rilegati, le poesie e i disegni degli autori della nuova generazione. La figura dell’intellettuale che dal secondo dopoguerra in poi aveva perso la capacità di trainare la massa attraverso l’arte, riafferma il suo ruolo mostrando il potere assoluto della parola sulla realtà. Nello stesso modo in cui la brace conserva la forza delle fiamme e persiste una volta che il fuoco si è spento, così la poesia resiste all’incendio delle avanguardie e continua a perpetuare se stessa.

Quella di Beppe Salvia è una poesia dal sapore antico che disorienta il lettore e mostra la realtà attraverso immagini decise e al contempo fulminee, una poesia aderente al reale in grado di generare un effetto straniante e mistico. Nei versi di Salvia è centrale la fusione tra antico e moderno, tra marginale e totale, tra finito e infinito. Il poeta, attinge molto dalla poesia medievale duecentesca e reinserisce in un contesto moderno il lessico ricercato e la parola antica dei primi rimatori. L’atmosfera che si respira nelle sue prime poesie è quella di un sogno a cui il lettore accede attraverso visioni frammentate e sensazioni momentanee. Alla base di ogni verso c’è un gioco perfetto di corrispondenze tra immagini e suoni finalizzato a rivelare il mondo-limite tra sogno e realtà da cui lo stesso autore si mantiene fuori. In ogni poesia l’immagine si mostra solo nell’attimo stesso in cui la parola è pronunciata e l’unico momento percepibile diventa il presente. Beppe Salvia inoltre, fonda tutta la sua ricerca poetica sul segno e sull’idea di margine come infinito che ritorna continuamente, per questo motivo definirà se stesso “vecchio calligrafo di grigi fogli” che ama la “pazienza del nulla” intorno alle sillabe da lui create. Senza dubbio la poesia di Salvia attrae, destabilizza e innesca una dipendenza lirica senza paragoni, non resta che abbandonarsi all’attrazione fatale per i suoi versi.

 

Maria Maddalena Crovella

 

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