Botticelli-la-primavera«Talvolta una proposizione può essere compresa solo leggendola col ritmo giusto. Le mie proposizioni vanno lette tutte lentamente». (Wittgenstein). E così accade per i versi di Pietro Gatti, vanno letti, centellinando proposizione dopo proposizione, per assaporare tutto il calore del sud, seguendo un ritmo andante segnato dal metronomo della sua vita.

Poeta contemporaneo salentino, nasce a Bari nel 1913, ha vissuto sin dall’infanzia a Ceglie Messapica, città d’orgine della sua famiglia. Muore nella stessa, il 27 luglio del 2001.

Pietro Gatti, uno dei maggiori poeti dialettali salentini, narra con genuina cura tutto ciò che ha riguardato la vita nella meravigliosa terra salentina. La sua poesia è come per incanto il nostro mondo, la nostra vita, la nostra poesia.

Sceglie il linguaggio poetico, perchè come Heidegger considera “il linguaggio la casa dell’essere”, in questa dimora abita l’uomo; i pensatori e i poeti sono i guardiani di questa dimora”. La poesia dà nome alle cose e fonda l’essere e Pietro Gatti con i suoi versi conferisce magistralmente nome ai sentimenti, all’amore, alla natura, alla fanciullezza, alla vecchiaia. È sufficiente leggere qualcuna delle poesie per comprendere quanto la sua vita è in simbiosi con la poesia, sembra non poter farne a meno neanche quando è stato colpito dalla malattia in un’età ormai canuta, e invece di fermarsi come il destino gli ha imposto, chiede alla figlia di scrivere i suoi versi. Indice senza dubbio di un autentico poeta e di un generoso uomo che non intende lasciare incompiuta la sua opera.

Mi viene in mente, a tal proposito, un altro grande poeta e filosofo Friedrich Nietzsche che chiese – quando la malattia lo aveva debilitato completamente – al suo fedelissimo amico Peter Gast di scrivere l’ultimo capolavoro “Ecce homo”.

Pietro Gatti ama il Salento, la sua terra se pur nella povertà di quegli anni, tant’è che scrive e comunica con il dialetto. Così si legge: «Ce nnotte! Nu cielu pesande de stele / anghiuppate / ca pare vò ccate sobbe ö munne, / ca spette i u respire mandene». (Pietro Gatti. Poeta, Manni 2010, p. 78, I vol.) –  «Che notte! Un cielo pesante di stelle addensate che pare voglia cadere sul mondo, che attende e il respiro trattiene». Così come canta la natura, la luna, le rose, i fringuelli, i moscerini che calano col sole: «Na muscareddozza peccionna peccionne – june de quide c’a nuvole / quanne sté ppone u sole, ma ce ffavuggne!». (p. 230, I). «Un moscerino minuto minuto – uno di quelli che a nuvola quando sta calando il sole ma che afa!». Descrive la povertà non per rappresentarla come un fardello o una calamità, ma diventa persino un motivo di riscatto, di ulteriore ricchezza interiore.

Crea poesie melodiose, vibranti di passione per la terra, per la donna amata, per la vita. Dimostra  un amore totale per la terra natìa, quasi come se volesse ringraziarla, in un gesto di venerazione, oltre ad una smisurata generosità, tolleranza e giustizia che ha verso tutti.

Traboccano di sentimento i suoi versi, non sono ingordi, avidi, ma donano a cuore aperto ciò che l’autenticità dell’uomo sente di esprimere. Percepisce e comunica il suo modo di poetare sincero, e lo dice chiaramente in una delle sue lettere: la poesia, la vita, deve essere messa a servizio di tutti, conosciuta con la speranza di infondere coraggio, determinazione, amore per ciò che può sembrare ovvio, ma che dell’ovvietà nulla ha a che fare con Pietro Gatti.

La poesia è libertà di essere, di esprimersi, la poesia è una via sublime per comunicare con un linguaggio aulico l’esistenza contornata da una miriade di sfaccettature, policromie nell’unicità autentica della vita e della verità. I versi cantano col fascino alchemico e puro del dialetto la civiltà contandina, fornendone un quadro dettagliato come se stessimo contemplando la “Primavera del Botticelli”. Il nostro Gatti appare come il pittore, l’artigiano della poesia, il sensibile fabbro di una civiltà contadina di Ceglie Messapica che dai contorni ha delineato la materia dandone forma, forgiandola fino a creare un’inconfondibile e inimitabile stile.

Dalla poesia di Pietro Gatti il lettore che ama nutrirsi di nettare profumato, dolce e intenso, attinge come «un raggio uno spiedo di fuoco da un’incrinatura delle nuvole. / Un’ala l’attraversa a fulmine. / S’accende. Uno sprizzo di luce». « … Na rasce / nu spite de fueche / da na senghe de le nùvele. / N’are / a ‘ndraversésce a ffùrmene. / S’appicce. / Na sprascidde de lusce». (p. 245, I).

Per tali motivi, sufficienti ma non i soli, che la poesia di Pietro Gatti va ricordata. È magica: accende il cuore di ogni uomo che intende conoscere e apprezzare la luce dietro l’oscurità delle nuvole di quella superficialità che a volte eclissa la stessa realtà.

  

Alessandra Peluso

(I versi sono contenuti nell’“Opera omnia” dedicata a “Pietro Gatti. Poeta”, a cura di Donato Valli, Manni Editori).

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