Che viaggio fantastico nell’isola descritta da Fabio Greco “Il nome dell’isola”, edito da Autori Riuniti.

È un romanzo del mare, d’amore, di tradizione e cultura salentina. Singolare l’intreccio del dialetto, utilizzato da Greco, con la lingua italiana. Altrettanto particolare è che l’autore non è di origini salentine, ma nasce a Saronno, vissuto per molti anni ad Ugento (Lecce), ora pare trasferitosi ad Essex, in Inghilterra.

Un cittadino globale, dunque, del Nord, che vive a Sud; lo conosce, si innamora di questa terra, del suo mare, delle tradizioni, e ne scrive. E che scrittura!

copertina-grecoFluido, coinvolgente, linguaggio vivacemente creativo, pieno di sorprese, innovativo. Così scrive Antonia Arslan. Immergendosi ne “Il nome dell’isola”, parimenti si avverte quest’impressione, ma, anche la capacità ironica e perfettamente descrittiva, evidente nelle parole e nelle immagini, rese nitide, le quali regalano, per l’appunto, momenti che sembrerà allo stesso lettore di vivere.

E infatti: «La silouetta dell’isola, intra a quel primissimo mattino del quattordici di settembre, che saranno state le cinque di mattina, con l’alba che era lìlì per arrivare ed era tutt’un apparire e disparire dietro alle dune, quasi che con la notte ci stesse giocando a nasconderello, si stagliava a nerofumo contro ai colori, un po’ di giallo e un po’ di rosso e un po’ di blu scuro e un po’ di verde che facevano apparire quel paesaggio così ispiratore di beltà … tra due costoni di roccia che si prolungavano d’un lato verso Alliste, Torre Suda e Mancaversa e dall’altro fino al faro ozantino e più oltre fino al paese dei Marini» (p. 113).

Un conoscitore dei luoghi – Fabio Greco – un turista culturale a tutto tondo, visto che fa parlare i suoi protagonisti nella lingua dialettale salentina. Splendido. Così la storia si può leggerla anche al contrario, partendo dal’ultima pagina, oppure si può immaginare un viaggio a ritroso, come se il lettore fosse un granchio. Questo perché le pagine sono numerate in ordine decrescente, da “-125”, ad “1”.

Oltre a questo dettaglio bizzarro, Fabio Greco narra dei periodi di conquista dei Messapi, della vista non rara come oggi, dei pesci spada e, ancora, di alcune donne che nell’800 in seguito ad un esperimento pschiatrico venivano lasciate in balia delle onde.

Si intreccia nei meandri dell’isola, la vita di Masello, il protagonista del romanzo, scultore di cartapesta e poi, non si può far altro che lasciarsi cullare dalle onde scritturali dell’autore. Romanzo questo, finalista del “Premio Calvino 2014”.

E, dunque, l’estro creativo del giovane Fabio Greco, la bellezza dei luoghi, il sapienziale e fantasioso racconto sapranno certamente ammaliare. Ci si imbatte in personaggi simpatici, in racconti amorosi e si sorride anche quando si assiste ad un funerale con prefiche, femmine pagate per il pianto che si disperavano a comando: «Oh focu meu, focu meu, oh focu meu, focu meu… sto vento refolo s’arrivò dal mare, se ne venne a dindonare l’ulivi e le campane, focu meu, focu meu, e a pigliarsi l’ommo migliore» (p. 18).

Alessandra Peluso

 

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