LECCE – Anche nella vecchia guardia del Pd ci sono autorevoli nomi che appoggiano la riforma costituzionale, compreso il nuovo regionalismo: quello che i no Tap e i no Triv temono tanto. Secondo Anna Finocchiaro e Giovanni Pellegrino, oggi uniti nella conferenza al Patria, ci saranno governi stabili, che potranno durare cinque anni senza problemi: «un passaggio necessario per l’Italia». In platea, dopo averlo avvistato nell’incontro sulla Boschi, c’è ancora una volta Sergio Blasi: che si stia convertendo al renzismo? I due politici di lungo corso mettono in campo i grandi cavalli di battaglia del sì: «anche i padri costituenti erano contro il bicameralismo perfetto»; «stabilità dei governi»; «ultima occasione dopo tanto dibattito e tanti tentativi»; «procedimento legislativo più snello (iter legislativo più veloce), si enfatizzano gli strumenti di democrazia popolare introducendo il referendum propositivo e finiranno i conflitti costituzionali tra Stato e Regioni». Ad esempio, «le materie strategiche dello sviluppo saranno in mano allo Stato», soprattutto le grandi opere come Tap.

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I senatori «dopolavoristi», che non sono votati direttamente e andranno a Roma nel weekend,  non spaventano l’ex ministra del governo Prodi. La senatrice si indigna, se si accenna al «premierato assoluto»: «Sento cretinate è demagogia – tuona Finocchiaro – Non è vero che il governo si eleggerà da solo il presidente della Repubblica: questo avverrà solo se la minoranza non scenderà in campo». Poi, la frase che raggela tutti: «Vi pare che per fare un gasdotto sia necessario passare da un ordinamento regionale?»- si chiede la Finocchiaro. Secondo lei bisogna eliminare i passaggi con gli enti locali e decidere a Roma, con molta meno burocrazia, dove a rappresentare i territori ci sarà il Senato. Cala il gelo sulla sala: a qualcuno viene in mente la battaglia contro il gasdotto Tap a San Foca (Melendugno).

Tra i problemi della riforma c’è quello del «regionalismo asimmetrico», ma «era necessario nella transizione», secondo i sostenitori del sì. Dunque, le regioni a statuto speciale dovrebbero cambiare la loro autonomia negli accordi tra Stato e Regione (ma per ora non le tocca nessuno) e le Regioni a statuto ordinario, anche quelle virtuose, tornano a un centralismo che può depauperarle rendendole più esposte ai diktat romani, compresi quelli meno digeribili sulle «opere strategiche». «Quelle virtuose saranno premiate, non potevamo fare cinque altre riforme costituzionali per mutare gli statuti speciali» – spiega la senatrice  (cliccando il video ascolterete l’intera intervista ndr). Eppure, Anna Finocchiaro ammette che la riforma «poteva essere scritta meglio»: si difende dicendo che anche nel ’48 si parlava di Costituzione scritta male e che «è la migliore transazione possibile nelle condizioni date».

Poi, al margine della conferenza aggiunge che quelli che sono nel suo partito e votano no, come Emiliano, si prenderanno le responsabilità della loro scelta (débacle di Renzi): tra le righe si legge che potrebbero regalare il governo al Movimento 5 Stelle. Insomma, ancora una volta, «quelli del sì» chiedono di turarsi il naso e di votare favorevolmente: come se fare una riforma migliore fosse impossibile (tipo abolire direttamente il Senato), come se fosse l’ultima chance per il Paese.

Gaetano Gorgoni

ggorgoni@libero.it

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