di Francesco Oliva

LECCE – Una presunta holding del veramente falso con base nel Salento grazie ad una filiera di sodali e ricettatori. Prodotti per la casa e per l’igiene personale contraffatti venduti per originali tramite la presunta compiacenza di decine di commercianti. La Procura di Lecce ha decapitato una sorta di spa del veramente falso che avrebbe gestito per circa tre anni (dal 2010 al 2013) la vendita di prodotti di note aziende internazionali spacciati per veri con tanto di etichettatura e marchio. Tanto, tantissimo materiale così come accertato nel corso delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza di Otranto e coordinate dal procuratore aggiunto Antonio De Donno: non meno di 1 milione e 190mila prodotti contraffati e poi confluiti nel sottobosco della ricettazione grazie a commercianti compiacenti. Il lavoro degli investigatori ha impresso un primo importante step nel giugno del 2013 quando le fiamme gialle sequestrarono 700mila etichette taroccate nell’ambito dell’operazione “Bolle di Sapone” (la foto in copertina si riferisce a quell’operazione).

Il presunto sodalizio dell’autentico falso avrebbe così beffato aziende note a livello internazionale (da ritenersi parti offese) quali Dash, Infasil Intimo, Dixan, Chante Clair e General Chili. Nell’avviso di conclusione compaiono nomi (tra cui quello del presunto boss di Casarano Tommaso Montedoro) e le relative accuse. Complessivamente sono quaranta gli indagati. In 27 rispondono del reato più grave più grave: associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione. Le altre accuse vanno dalla contraffazione, passando per l’introduzione nello stato e commercio di prodotti con segni falsi, alla vendita di prodotti industriali con segni mendaci, per finire all’evasione fiscale.

Una filiera del falso organizzata nei minimi dettagli in cui ogni indagato avrebbe ricoperto un ruolo ben preciso per consentire agli ingranaggi della catena della contraffazione di funzionare al meglio per consentire ai presunti sodali di portare avanti un business parallelo a quello legale. Gli investigatori hanno tracciato tutte le fasi che hanno caratterizzato la filiera del falso. Alcuni indagati avrebbero “curato” la produzione di detergente liquido per la casa e per la persona e dei relativi contenitori in plastica. In alcuni casi, l’intero materiale veniva poi trasferito in un capannone nella zona industriale di Lecce trasportato con automezzi guidati da altri soggetti compiacenti.

E nel chiuso di un deposito, lontano da occhi indiscreti, l’holding del veramente falso avrebbe provveduto all’imbottigliamento, all’etichettatura e all’apposizione di timbri sui cartoncini dei prodotti contrassegnati dal marchio in questione. Operazione che, per il confezionamento dei detergenti, veniva realizzata ricorrendo ad appositi macchinari. Nella catena della filiera sarebbero coinvolte anche una tipografia e una stamperia che avrebbero contraffai  i segni distintivi. I prodotti abilmente riprodotti uscivano come originali e pronti per essere immessi nel mercato del circuito legale con un notevole danno in termini economici e d’immagine per le aziende beffate.

Tra i quaranta indagati compare, come detto, anche un nome volto alle pagina di cronaca. E’ quello di Tommaso Montedoro, il presunto boss di Casarano, arrestato a fine maggio nell’operazione “Diarchia” con cui i carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce hanno decapitato l’omonimo clan. In questa inchiesta non si parla di partite di droga o di estorsioni. Montedoro è accusato di contraffazione e introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi. I fatti risalgono al maggio del 2013. Il 40enne avrebbe acquistato e detenuto per la vendita 100 cartoni di confezioni di attak contraffatte. E’ uno dei tanti casi ricostruito nelle 33 pagine dell’avviso di conclusione delle indagini notificato nei giorni scorsi.