L’avvocato Giovanni Battista Cervo

Quest’anno è stato funestato da una serie di atti terroristici, i quali, dalla Turchia,  si sono susseguiti anche in molte città Europee. Abbiamo chiesto al nostro esperto di intelligence e terrorismo, avvocato Giovanni Battista Cervo , quali ritiene siano le origini di tale  violenza ? 

 La violenza indiscriminata, alla quale oggi assistiamo, ha cause  che  si perdono nella notte dei tempi. Senza risalire a cinque mila anni fa , consideriamo vicende storiche più vicine  che, pur  affondando le radici a quasi cento anni orsono, producono, ancora oggi, i loro effetti. Nel maggio 1916,  difatti,  con un famoso accordo segreto,  passato  alla storia  come  patto Sykes-Picot ,  Gran Bretagna, Francia e Russia,  definirono le loro zone d’influenza su una vasta area del Medio Oriente, ponendo così fine ad un ordine secolare che, non solo  spezzò definitivamente il legame tra le diverse comunità arabe e il governo di Istanbul ma, disarticolando gli ex possedimenti dell’Impero ottomano, pose le basi geopolitiche che avrebbero condizionato le future crisi mediorientali, vanificando i sogni di un nazionalismo arabo, privato dei suoi i punti storici di riferimento. Lo spazio non consente una disamina approfondita,  ma  l’ accordo Syckes-Picot    va menzionato, in quanto  da molti è considerato come una delle cause  dei problemi del Medioriente,  idea peraltro  diffusa in una parte  del mondo arabo;  vero è che i confini,  come li conosciamo attualmente,  furono rivisti anni dopo in una successiva  serie di conferenze e cambiamenti geopolitici,  ma  l’influenza del predetto accordo segreto ha sempre aleggiato per riemergere dietro ad ogni problema. E’ chiaro che i nuovi dominatori europei, dopo il 1916,  stravolsero sul nascere i sogni di un nazionalismo arabo, obbligando gran parte di quel mondo  a dover  sopportare un flusso di pensiero moderno e in continua evoluzione, al ritmo degli Stati che ne esercitavano l’influenza. Già allora si attuò un forte cambiamento nelle società arabe che si tramutò , per i tempi, in un  processo di globalizzazione che, non solo investì l’ex province dell’impero ottomano ma, in fasi successive,  il Medio Oriente intero diventò il centro dei progetti imperialisti  dei vari conquistatori che, confrontandosi  sul nuovo terreno con interessi espansionistici, commerciali e zone d’influenza,  contribuirono ad alimentare, in modo opportunistico,  rivolte e  “ piccoli focolai”.    Quando nel giugno  2014, i combattenti dell’ISIS,  conquistarono la frontiera tra Iraq e Siria,  celebrarono la cancellazione di quella odiata linea di frontiera politica, tracciata sconsideratamente dalle potenze  vincitrici della prima guerra mondiale,   poiché divideva le popolazioni di molti territori, con le conseguenze di creare Stati disomogenei e instabili. Per motivi di spazio evidenziamo gli avvenimenti a noi più vicini e che hanno impresso una forte accelerazione al fenomeno terroristico che sta assumendo  dimensioni globali, attraverso azioni imprevedibili e complesse, che ci hanno proiettato dunque  in  una visione del terrore transnazionale.

La fine delle Guerra Fredda  in Medioriente  ha prodotto cambiamenti destabilizzanti,  imprimendo un’accelerazione a processi storici  quasi sopiti nel tempo,  che hanno stimolato  e proiettato  le visioni  indipendentiste o separatiste  di molti Stati  verso orizzonti in cui, le aspirazioni volte a ridisegnare gli assetti geopolitici, apparivano finalmente raggiungibili. Ecco quindi, il risveglio  di molte  identità culturali islamiche ed, in particolare,  di minoranze etniche con le relative confessioni religiose. Dopo la caduta del muro di Berlino, negli anni 90 in Europa si è prodotta una silente penetrazione del pensiero islamico integralista,  che ha portato ad una radicalizzazione dei movimenti islamisti. Il successivo aumento della conflittualità,  in Afghanistan, Sudan, Kashmir, Cecenia, Somalia, ex Jugoslavia, Algeria, Iraq, Siria etc.,  ha generato decine e decine di gruppi para-militari, islamisti e jihadisti  non solo incontrollabili, in quanto  slegati dai tradizionali e strutturati  movimenti islamici radicali,  ma anche  forniti di  grande aggressività  e  capacità  mobili nello spostarsi attraverso i vari scenari bellici.  Si è riprodotto uno scenario senza controllo che  oserei definire, “Effetto Babele”, il quale ha dato inizio ad una lenta destabilizzazione del Medio Oriente con riverberi transnazionali. I nemici di un tempo si sono riavvicinati e viceversa:  Paesi dell’ex patto di Varsavia che entrano nel circuito  Nato  ed alleati  dell’Unione Sovietica che si ribellano alla nuova Russia, come  le  guerre in Cecenia; così come la prima guerra del Golfo, che ha visto la coalizione USA contro l’ex alleato Iraq, nel precedente  conflitto contro l’Iran;  si è generata, e in particolare nel medio oriente, una terra del caos. E’ in questo status quo generale,  tra la prima e la seconda Guerra del Golfo, che  si apre la strada il leader terrorista  Bin Laden, lanciando i suoi proclami di islamizzazione dell’Europa. Mentre la vecchia scuola  al-qaedista  propugnava la teoria della Jihad, con limitate azioni eclatanti,  per la lotta alla resistenza e autodifesa contro l’aggressione occidentale e sionista,  gli ultimi arrivati prendono le distanze dai primi teorici propagandistici e, pur lasciando immutate le motivazioni che reggono la Jihad,  cambiano obiettivi e operatività,  come ha dimostrato l’ascesa del califfato di Al Baghdadi.   Dal punto di vista storico politico,  alla saggia decisione di Bush padre di non colpire direttamente, i vertici dell’Iraq, è seguito l’eccessivo interventismo  di Bush junior, che non solo liquidò in Iraq  il partito Baath e la classe dirigente sunnita di Saddam,  ma  consegnò il Paese  agli sciiti: la vecchia classe dirigente irachena andò ad alimentare il nucleo più efficiente e  professionale dello Stato Islamico. Successivamente, con il Presidente Obama le cose non migliorano, la politica del disimpegno americano attuata  proprio nel momento meno opportuno, ossia mentre si stava formando lo Stato Islamico, contribuì ad alimentarne la nascente struttura parastatale. Con il Nuovo Presidente del quale conosciamo le idee proclamate, pare  si stia  invertendo di nuovo la rotta:  l’immediato pericolo da evitare  per Trump, con la sua arrembante politica, sarà quello  di  impantanarsi  in un conflitto in M.O.,  o, addirittura,  contro l’Iran e i suoi alleati.   Personalmente non credo a coloro che, semplicisticamente,  giustificano come errori di valutazione scelte politiche che, in una fase successiva,  si sono rivelate  fallimentari, ma credo, al contrario, che nulla avviene per caso e che,  dietro qualsiasi errore apparente, si cela in realtà una pianificazione legata a precise decisioni strategiche.  Soventemente accade invece che  i conti non quadrino  perché , come nel romanzo di Mary Shelley  Frankenstein,  il creatore non sempre può avere il controllo totale della sua creatura.  Questo è il paradosso che è sotteso agli accadimenti in esame. Richiamando la  geniale frase che lo scrittore  Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fece pronunciare al personaggio Tancredi, nipote del principe Salina, nel suo  romanzo  Il Gattopardo, “… Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi…”.    Quindi, la storia si ripete:  fare salire la tensione,  agevolando la crescita “controllata” di fenomeni anche deleteri, spingendoli fino alla degenerazione, per poi intervenire drasticamente e ristabilire l’Ordine.   Gli attori di ieri sono  quelli di oggi: il   “gioco” continua  applicando i soliti cliché all’insegna dell’ormai arcinoto “ divide et impera”. In definitiva, alimentare il caos fra le varie fazioni del mondo arabo,  e  le conseguenti conflittualità confessionali ed etniche,  “potrebbe”  risultare vantaggioso alla supremazia di Washington.

 

Per quanto tempo dovremo convivere con questo assurdo fenomeno e, in particolare, che pericoli o implicazioni possono esserci per il futuro?

 

Il nuovo terrorismo ha segnato un punto importante, ha dimostrato cioè che un sogno può tramutarsi in realtà. L’idea di uno Stato Islamico nel nuovo secolo è stata raggiunta e, anche se le forze coalizzate riusciranno a controllare il territorio dell’ISIS, ormai quell’ideologia si è propagata. Chiaramente lo S.I. non rappresenta  una minaccia nel senso militare,  ma ideologica. La caduta di Raqqa, quartier generale dell’ISIS nel territorio siriano, non porrà fine alla guerra, ma la sposterà in altre zone del Middle East, nel Sud Est Asiatico e, ancora, nel centro e nord Africa. Sicuramente per combattere il Califfato e la sua ideologia  non possiamo fare a meno della collaborazione del mondo islamico sunnita e conservatore in generale: l’abilità sarà quella di trovare i punti di contatto e gli accordi giusti e,  sotto questo profilo, ritengo che  il Presidente americano D. Trump,  in questi giorni,  si stia muovendo con lungimiranza.  Anche in Europa si stanno  rimodulando le scelte politiche, grazie ai nuovi  punti di contatto  e ad una ventata di ottimistica collaborazione,  sull’onda delle ultime elezioni in Francia che hanno visto il trionfo del Premier E. Macron.

 

Pericoli per l’Europa e l’Italia e quali le soluzioni?

 

L’attuale pericolo è costituito dal ritorno in Europa dei foreign fighters, che man mano stanno “esfiltrando”  dalle zone di guerra, lasciando  combattere  e  morire i ragazzi meno addestrati,  ma fortemente motivati.  Il futuro compito di questi reduci che si spostano  forti di  esperienza sul campo e di nozioni tecniche, sarà difatti quello di creare e dirigere nuove cellule Jihadiste. Sintomatico  è il dato appreso da fonti OSINT, dove il  SAPO, il servizio di intelligence finlandese,  ha aumentato il livello di sicurezza antiterrorismo da basso ad  elevato, in quanto avrebbe accertato la presenza sul proprio territorio di 350 radicalizzati,  molti dei quali hanno partecipato ad un conflitto armato.  In Italia, la situazione è costantemente monitorata, ma  non si può affermare che sia completamente  sotto controllo. Il nostro Paese fin dai primi sbarchi ha dislocato e rafforzato le  unità  di  intelligence antiterrorismo per monitorare i servizi di controllo nei punti di accoglienza, integrando e potenziando lo scambio di informazioni con tutte le forze di polizia e le procure antiterrorismo. Peraltro, laddove  ci siano  sospetti su qualcuno, i nostri apparati  trovano  sempre il modo legale per bloccarlo prima, con varie metodiche, quali  controlli mirati, arresti ed espulsioni, il tutto nel pieno rispetto della normativa vigente.  Le soluzioni attuali per arginare il fenomeno possono essere la collaborazione  con una parte del mondo arabo, anche radicalizzato, che sia  disposto ad aprire un dialogo,  con scambi economici od altro.  Trovare  un’ intesa tra Stati Uniti, Europa e Russia ,  ispirare le nuove generazioni a coltivare l’idea del rispetto gli uni per gli altri e, al contempo,  fornire gli strumenti per costruire, tra le diverse sensibilità, ponti all’insegna della  tolleranza, del rispetto, della libertà religiosa  e della  consapevolezza.  Pur nella più grande eterogeneità è possibile in questo modo  arrivare ad un punto d’incontro.

 

 

GBC