Sette nigeriani, tra cui cinque donne, sono stati arrestati dai carabinieri tra la Puglia, il Lazio, il Veneto e la Sardegna su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania con l’accusa di far parte di una organizzazione criminale dedita alla gestione di giovani vittime destinate allo sfruttamento sessuale da far giungere anche in Italia con i barconi dei migranti. L’operazione è stata denominata ‘Nigeria’. Prima di iniziare il viaggio le vittime venivano sottoposte al rito vudù. I militari hanno eseguito una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip di Catania. Gli arrestati sono Joy Ewemande di 40 anni, Iyare Ovbiebo, di 43 e Vivian Onohio di 39, tutti e tre bloccati a Castel d’Azzano (Verona); Blessing Isibor, di 26, bloccata a Sassari; Jacob Kennedy, di 29, e Loveth Ohnegbonwman di 43, arrestati a Roma; Evelyn John, di 31, arrestata a Palestrina (Roma). Le accuse sono di associazione finalizzata al traffico di esseri umani, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e plurime ipotesi di tratta di esseri umani.

Cinque degli indagati erano stati già raggiunti da analoga ordinanza emessa alla fine del mese di giugno scorso dal GIP presso il  Tribunale di Lecce, dichiaratosi poi incompetente con trasmissione degli atti all’Ufficio GIP del Tribunale di Catania.

L’ordinanza accoglie gli esiti una articolata indagine del R.O.S. e dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Lecce, originata dalla denuncia presentata da una donna nigeriana in relazione al sequestro della figlia minore ad opera di trafficanti.

A seguito del rapimento, perpetrato a dire della denunciante da un’organizzazione criminale che aveva l’interesse ad inserire giovani nigeriane nel mondo della prostituzione, i sequestratori avevano richiesto il pagamento di un riscatto di trentamila euro per la liberazione della ragazza.

L’evoluzione investigativa ha successivamente permesso di verificare che la minorenne aveva deciso autonomamente di intraprendere il viaggio per raggiungere l’Italia, affidandosi ai referenti della compagine criminale investigata.

Monitorando le comunicazioni dei presunti rapitori in contatto con la denunciante, i Carabinieri hanno progressivamente individuato una articolata organizzazione criminale di cittadini nigeriani costituita da più gruppi con base logistica sia nella nazione d’origine, sia nel nord Africa ed in particolare in Libia nelle città di Sebha, Sabratha e Tripoli, dove operano stabilmente referenti in accordo con bande criminali locali e di altre nazionalità, dedite alla gestione di giovani vittime destinate allo sfruttamento sessuale da far giungere anche in Italia tramite i flussi migratori clandestini dal continente africano a quello europeo attraverso collaudate rotte di viaggio.

Le indagini hanno consentito di individuare e identificare  sia la minore figlia della denunciante (così assicurandole un percorso di protezione), sia numerose altre ragazze giunte in tempi diversi sulle coste italiane e destinate al mercato della prostituzione, alcune delle quali hanno deciso di sottrarsi alle maglie dell’organizzazione e di rendere dichiarazioni, così ulteriormente confortando il compendio probatorio acquisito.

Nel documentare l’attività della struttura criminale, l’indagine ha permesso di individuare le fasi salienti del traffico delle migranti ed, in particolare:

–          il reclutamento di giovanissime vittime, effettuato in Nigeria ad opera di soggetti sovente legati da vincoli di parentela con i referenti dell’organizzazione presenti in Italia, in  ragione dell’età, delle fattezze fisiche delle ragazze, nonché della eventuale verginità, caratteristiche documentate anche attraverso fotografie ritraenti le ragazze;

–          il trasporto delle vittime unitamente a migranti di sesso maschile lungo le stesse rotte, attraverso il Niger e verso la Libia ove, nella città di Sebha, tutti i migranti venivano trattenuti in attesa di essere trasferiti sulla costa e di salpare alla volta dell’Italia. In attesa dell’imbarco, centinaia di uomini e donne venivano ammassati in edifici fatiscenti, sorvegliati da uomini armati al soldo delle varie organizzazioni criminali e fatti oggetto di umiliazioni psicologiche, violenze fisiche. Alcuni passaggi contenuti nelle dichiarazioni delle denuncianti  consentivano di comprendere l’estrema difficoltà del viaggio, effettuato con mezzi di fortuna, a volte con l’utilizzo di biciclette da parte di due o addirittura tre persone contemporaneamente per attraversare il confine con il Niger con l’ordine perentorio di abbandonare nella savana l’eventuale passeggero che, stremato dalla stanchezza, non era in grado di continuare il viaggio. Drammatici anche i racconti dei momenti dell’attraversamento del deserto al confine tra Niger e Libia, quando i clandestini più deboli o privi di sensi venivano lasciati sulla strada, letteralmente lanciati dai camion in corsa. I gruppi dei migranti superstiti, giunti sulle coste libiche, restavano in balia di bande di “ribelli” armati che li utilizzavano come “merce di scambio” per la successiva rivendita ad altre organizzazioni criminali;

–          il recupero dei migranti presso i centri d’accoglienza ove venivano collocati dalle Autorità Italiane, recupero attuato con l’ausilio di altri connazionali e, talvolta, agevolato dalla disponibilità di documenti falsi.

L’attività di indagine ha consentito di appurare, ancora una volta,   la sottoposizione al rito voodoo delle ragazze reclutate per esser destinate alla prostituzione: prima di iniziare il viaggio, ogni vittima veniva condotta dal “Native Doctor” (chiamato anche “Babalawoo”) per la celebrazione del rituale onde soggiogarle psicologicamente grazie ad una sorta di “obbligo spirituale”, che importa la la più stretta osservanza alle prescrizioni impartite dai trafficanti onde evitare eventi nefasti in loro danno e delle loro famiglie.

Giunte in Italia le ragazze passavano sotto il controllo delle  “Madame”, le quali, attraverso ulteriori riti “voodoo”, la violenza fisica e le intimidazioni, le costringevano al meretricio al fine di guadagnare il denaro necessario a saldare il debito contratto ( solo con l’estinzione di tale debito, le vittime potevano affrancarsi dal controllo dell’organizzazione e “liberare” la propria anima dal vincolo spirituale attivato dal voodoo).

Le risultanze investigative hanno altresì permesso di evidenziare un  ingente volume d’affari originato dal traffico di esseri umani organizzato dagli indagati: decisivi in tal senso i plurimi riferimenti emersi nel corso dell’attività alle transazioni (effettuate  spesso in contanti o attraverso il frazionamento in piccole somme oggetto di money transfer da parte di soggetti compiacenti) nonché l’ammontare del debito di ingaggio accertato (ogni vittima si impegnava a pagare ai trafficanti dai trentamila ai trentacinquemila euro per il trasferimento dalla Nigeria all’Europa e, all’arrivo sul territorio nazionale a queste somme si aggiungevano le spese di vitto e alloggio in Italia, con ciò stesso incrementando l’entità dell’esposizione delle vittime e il loro sfruttamento).