NARDO’ (Lecce) – “Questa pronuncia, sebbene di primo grado, materializza l’offensiva al caporalato ed è senza dubbio uno dei primi importantissimi passi verso la riabilitazione morale di questa città, offesa e umiliata da quei capi di imputazione”. Con queste parole il sindaco di Nardò Pippi Mellone ha accolto la sentenza di primo grado a carico dei quindici imputati, tra caporali ed imprenditori salentini, del processo Sabr.

“Lo Stato – continua – risponde a chi ha vissuto sullo sfruttamento, cullandosi su questa inaccettabile sensazione di impunità e su questa bieca arroganza nei confronti dei lavoratori. Una pagina da terzo mondo che Nardò non merita e che, da tempo e al di là di ruoli pubblici e istituzionali, abbiamo ricacciato con tutte le nostre forze. Sin dai primi passi dell’indagine e del relativo processo, infatti, abbiamo inseguito testardamente l’obiettivo di cancellare la triste associazione tra Nardò e la schiavitù, tra la nostra comunità e la terribile condizione dei lavoratori migranti, tra l’agricoltura neretina e i caporali. Una inaccettabile etichetta di “città schiavista” alimentata in maniera decisiva dalla mancata costituzione di parte civile decisa dall’amministrazione guidata da Marcello Risi. Perché gli interessi elettoralistici evidentemente contarono più della dignità dei neretini. Un’onta beffarda, una scelta scellerata che è una delle peggiori che Nardò ha consegnato alla sua storia di città civile.

Da un anno – conclude – abbiamo invertito la direzione delle cose. A Nardò ci sono i miglioramenti sul fronte dell’accoglienza estiva a Boncuri, c’è l’esperimento della masseria che ospita i migranti che restano tutto l’anno, ci sono provvedimenti modello come l’ordinanza anticaldo, ci sono importanti e imminenti documenti condivisi tra soggetti e attori istituzionali, c’è il tema diffuso dell’agricoltura etica”.