I carabinieri sul luogo dell'omicidio

F.Oli. 

MARTANO (Lecce) – Diventa definitiva la sentenza di condanna a 18 anni di reclusione nei confronti di Antonio Gabrieli, il 53enne di Martano, ritenuto uno dei presunti autori dell’omicidio del concittadino Massimo Bianco, ucciso nelle campagne martanesi nel giugno del 2012. I giudici della prima sezione della Corte di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso discusso dall’avvocato difensore Alessandro Stomeo. In primo grado l’imputato era stato condannato a 30 anni di reclusione poi ridotti a 18 in Appello. Sullo sconto di pena aveva inciso il riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti. I giudici hanno confermato il risarcimento dei danni in favore delle parti civili (la moglie, i figli, la mamma e le sorelle della vittima), assistite dagli avvocati Giancarlo Dei Lazzaretti e Cosimo Rampino. Rimane, invece, sempre pendente in Cassazione la posizione del presunto autore materiale Antonio Zacheo, 29 anni, di Martano, (socio in affari con la vittima), condannato sia in primo che in secondo grado a 30 anni di reclusione.

L’omicidio sarebbe maturato, secondo l’ipotesi accusatoria, nell’ambito di banali contrasti di natura personale ed economica. Fu la moglie di Bianco a segnalare la scomparsa dell’uomo e a mettere in moto le ricerche. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Lecce ritrovarono il corpo dell’imprenditore ormai privo di vita nelle campagne alla periferia di Martano a circa mezzo chilometro di distanza dal monastero dei Cistercensi. Il 41enne, con un passato non proprio cristallino (nell’ottobre del 2010 era stato arrestato per usura ed estorsione aggravata ai danni di un imprenditore neretino) venne freddato con un solo colpo di pistola che aveva sfondato il cranio da destra verso sinistra. Inoltre il medico legale Roberto Vaglio, dopo l’autopsia, accertò come non ci fosse stata alcuna colluttazione tra la vittima ed i suoi carnefici.

Le indagini, anche per questo, non furono semplici. Le modalità dell’omicidio, (gli assassini cercarono di bruciare il corpo dell’imprenditore edile riconosciuto solo grazie ad alcuni effetti personali), inizialmente indirizzarono gli investigatori verso la pista di un possibile regolamento di conti. Furono minuziosamente ricostruiti gli ultimi istanti di vita dell’imprenditore setacciando i tabulati telefonici e incrociando le dichiarazioni di amici e conoscenti. In particolare, la Nissan di Gabrieli finì sotto sequestro già nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del cadavere.

Il giovane avrebbe ucciso il socio servendosi della complicità di Zacheo. Ipotesi, riscontri poi confluiti in un’ordinanza di custodia cautelare su cui a distanza di oltre cinque anni c’è una prima definitiva verità processuale nonostante Gabrieli abbia sempre dichiarato di non aver mai avuto contezza sulle reali intenzione di Zacheo che aveva portato con sè una tanica di benzina.

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