Lecce – Solo quando l’intimo discernimento dell’artista colpisce lo spettatore questo si eleva a linguaggio universale. Facendo vibrare le corde dell’animo di chi si accosta alla sua opera, l’artista ci guida nel suo, spesso irto, percorso interiore; quel meraviglioso viaggio che porta alla consapevolezza del proprio essere, delle proprie fragilità, delle tante cadute e risalite, quell’immergersi, senza remore, nella vastità delle passioni che guidano la nostra vita. Una lotta che l’artista sublima, grazie al suo personale talento espressivo. Silvia Recchia, giovane artista pugliese, nelle quattordici tele che compongono Fight, la sua prima mostra personale presso il Centro Culturale Scaramuzza Arte Contemporanea in via Libertini, 70 a Lecce, ci accompagna nei meandri di questo percorso in cui emerge vivida tutta la genuina dimensione emotiva che lo domina. In seguito al grande successo riportato, la mostra è stata protratta per fino al 29 novembre con aperture pomeridiane dalle 17.00 alle 20.30.

«Tempo fa, erano i periodi dell’accademia, mi fu mossa una critica sui miei lavori – ci racconta Silvia – e cioè che erano solo involucro non c’era la lotta, non c’era il rischio. Avevo paura di arrischiarmi nella pittura. A volte, per fare qualcosa di veramente forte bisogna rischiare e buttarsi. Sono partita da me e ho lavorato in maniera molto intuitiva e impulsiva. Ho pensato a un percorso immaginario, etereo, che mi rappresentasse. Mi sono ispirata molto agli artisti informali e in particolare a un artista tedesco Anselm Kiefer per l’uso dei simboli che fa nelle sue opere».

Ed ecco l’azzardo, la sfida, nell’abbandono della figura a favore delle potenzialità del colore, avvalendosi di tecniche miste con l’impiego di acrilici, gessetti e la preparazione artigianale delle tele per ottenere un effetto più naturale. Un colore che Silvia dimostra di saper abilmente dosare, diluire in delicate evanescenze fino a raggiungere un armonioso equilibrio cromatico che fa emergere sulla tela la dimensione interiore raggiunta, frutto di quel continuo scavare in sé stessa. Un colore che domina anche se in alcune opere si riconoscono accenni di geometrie e di figure diafane. «Sono simboli – ci spiega Silvia – che rappresentano momenti del mio percorso. Però sono simboli condivisibili, come la scala, questa ascesa verso l’alto e la caduta subito dopo, il tuffo verso il basso. È il percorso di ognuno di noi che è fatto di salite e di discese».

«Il lavoro di una curatrice non è solo quello di scrivere un testo asettico a scatola chiusa, è quello di seguire e conoscere un artista in profondità, è uno scambio, un arricchimento reciproco. È un processo di crescita, lo sguardo esterno di un curatore aiuta l’artista e l’artista aiuta il curatore ad entrare nella profondità della sua opera – Chiarisce Marinilde Giannandrea curatrice della mostraL’incontro con Silvia è stato speciale, nel suo lavoro ho colto una sensibilità rara, quel quid necessario ad un artista per poter intraprendere un percorso.  Il lavoro che ha fatto per questa mostra è tutto recente. Il suo percorso si è sviluppato su due canali: uno è l’abbandono della figurazione, a cui era legata e che rimane in alcune memorie femminili un po’ veneri un po’ madri. E poi un lavoro che si muove dentro se stessa che si evince in tutte le sue opere».
Marcella Negro

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