E’ l’ultimo film di Paolo Genovese con cui si è chiusa la Festa del cinema di Roma 2017, uscito nelle sale cinematografiche il 9 novembre. Tratto dalla serie americana di Christopher Kubasik “The Booth at The End”, la storia si svolge in un bar “The place” situato all’angolo di una strada, dove seduto ad un tavolino in fondo alla sala c’è un personaggio misterioso, nessuno sa niente di lui, chi sia, da dove venga, si sa soltanto che sta sempre al solito posto, al solito tavolo con un’agenda nera in cui scrive e rilegge i suoi appunti, l’uomo ha facoltà di realizzare i desideri anche impossibili delle persone che si rivolgono a lui.

Andranno al suo cospetto, esattamente nove personaggi tormentati dai loro sogni irrealizzabili, dai più leggeri ai più drammatici, come il meccanico che vuole passare una notte d’amore con la donna rappresentata su un poster, la ragazza che vuole raggiungere la bellezza, la moglie tradita che vuole riconquistare l’amore del marito, la suora che vuole ritrovare Dio, il poliziotto che desidera trovare suo figlio, il ragazzo scapestrato che vuole cancellare il rapporto con il padre che gli ha rovinato la vita, l’anziana signora che vuole la guarigione del marito dalla demenza, il cieco che vuole riacquistare la vista ed infine un padre che vuole più di ogni altra cosa salvare dal cancro la vita del suo bambino. Tutti hanno qualcosa da chiedere tranne la triste cameriera del bar che si limita a fare domande.

I loro desideri potranno essere esauditi dall’enigmatico uomo del bar ma in cambio dovranno rispettare delle condizioni e portare a termine i compiti che lui gli assegnerà con risvolti sicuramente impensabili e terribili. L’uomo, catalizzatore e risolutore dei loro desideri, metaforicamente, rispecchia la coscienza di ognuno di noi, infatti come ha detto lo stesso regista Paolo Genovese, il film rappresenta la dura prova che potremmo sostenere con noi stessi, con i meandri più oscuri della nostra anima, scoprendone il lato infimo che non pensavamo di possedere, se posti davanti a scelte drastiche che potrebbero portarci a soddisfare i nostri desideri. Quando siamo posti davanti a scelte estreme, il fatto stesso di mettere in discussione la soluzione moralmente più accettabile, ci fa comprendere che esiste in tutti noi un fondo insospettabile di marcio di cui ignoravamo l’esistenza. Facciamo parte di una società pronta sempre a giudicare il prossimo, questa pellicola ci impone invece di guardarci e scavarci dentro, giudicando noi stessi piuttosto che gli altri.

“The Place” segue stilisticamente le orme di “Perfetti sconosciuti” avendo in comune gli stessi demoni che in quest’ultimo erano nascosti dentro i cellulari, depositari di menzogne, ipocrisie, timori, ambiguità, qui sono racchiusi dentro un’agenda nera. Altre analogie fra le due pellicole, sono l’ambientazione in un unico luogo, il tipo di recitazione prettamente teatrale che offre performance tutte autentiche, avvalendosi di una sceneggiatura di spessore e di un cast eccezionale e corale in cui recitano Vinicio Marchioni il padre disperato, Vittoria Puccini, la moglie tradita, Marco Giallini il poliziotto, Silvia D’Amico la ragazza che rincorre la bellezza, Giulia Lazzarini l’anziana signora, Rocco Papaleo il meccanico, Alba Rohrwacher la suora, Silvio Muccino il giovane scapestrato, Alessandro Borghi il non vedente, Sabrina Ferilli la cameriera del bar ed il grande Valerio Mastandrea, perfetto nei panni dell’uomo dall’identità sconosciuta che essendo il fulcro ed il leader della storia coordina idealmente tutti i personaggi. Il film è da vedere per l’analisi molto umana e approfondita che offre e per l’interpretazione straordinaria dei suoi interpreti.

 

Francesco Stomeo

 

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