SALENTO – Dopo la Battaglia di Canne, del 2 agosto 216 a.C., che arride al condottiero cartaginese Annibale, Taranto e Metaponto si ribellano a Roma e si schierano dalla parte del vincitore, a differenza dei Messapi che invece rimangono fedeli all’Urbe. Subito si scatena la rappresaglia di Annibale che dispone l’occupazione ed il saccheggio delle città nemiche. Fra il 214 ed il 210 gran parte delle città messapiche, in special modo Thuria Sallentina, l’odierna Roca Vecchia, subiscono la vendetta del cartaginese che, tra l’altro, fa razzia di 4 mila cavalli, animali di cui i Messapi sono esperti allevatori per fini bellici. Molte città della Messapia, intimorite dalle azioni di Annibale, a questo punto decidono di schierarsi dalla sua parte.

Nell’estate del 211 la flotta cartaginese, che nel frattempo era impegnata in Sicilia, viene richiamata a Taranto per bloccare i rifornimenti diretti al presidio romano arroccato nella sua fortezza. Tuttavia il suddetto blocco, oltre a creare seri problemi alla guarnigione della Caput Mundi, produce difficoltà anche per Taranto, le cui scorte di grano scarseggiano per la carenza di approvvigionamenti.

Nel 210 il Senato romano invia Marco Ogulnio e Publio Aquilio ad acquistare del grano in Etruria che successivamente viene inviato alla guarnigione di Taranto, insieme ad un rinforzo di oltre 1000 militi fra Romani ed alleati. L’anno successivo vengono eletti consoli Quinto Fulvio Flacco ed il sessantaseienne Quinto Fabio Massimo detto il Temporeggiatore, al suo quinto mandato, l’unico sino ad ora ad essere riuscito a tener testa ad Annibale. La strategia romana prevede una serie di misure diversive nel meridione d’Italia per distogliere l’attenzione del generale cartaginese da Taranto infatti, mentre Quinto Fulvio Flacco deve operare in Lucania ed Irpinia per fronteggiare le popolazioni locali alleate di Cartagine, Quinto Fabio Massimo deve organizzare un’armata da dirigere in Puglia e prendere la città dei Due Mari. Dopo aver ordinato all’ex console Marco Claudio Marcello di dirigersi, alla testa di una forza di 8 mila mercenari, nel Brutio (odierna Calabria) per attaccare i Cartaginesi, Quinto Fabio Massimo punta su Manduria, la assedia quindi la espugna, saccheggiandola e portando via 3 mila prigionieri, secondo quanto riferito da Tito Livio, al fine di garantirsi una linea di collegamento fra i porti di Taranto e Brindisi.

Annibale, intanto, si scontra con Marco Claudio Marcello a Strapellum, nelle campagne fra Canusiun (Canosa) e Venusia (Venosa), ed il romano cade. Secondo alcune fonti Annibale fece cremare il corpo e dopo aver deposto le ceneri in un’urna d’argento, le consegnò al figlio del caduto. Tuttavia a Venosa si crede che il sepolcro del proconsole romano si trovi in un tumulo nei pressi della città, chiamato appunto Tomba di Marcello. Nel frattempo Quinto Fabio Massimo, che si prepara ad attaccare Taranto con un assalto condotto via mare, viene contattato da alcuni mercenari del Bruzio, agli ordini di un certo Filimeno, impiegati nella difesa della città, che cambiano bandiera e si schierano al fianco dei Romani. Intanto, secondo quanto riporta Polibio, l’ammiraglio Cartaginese Bomilcare, inviato a sostenere la resistenza dei Tarantini, non riuscendo a realizzare la consegna ed avendo esaurito ogni scorta, dispone l’allontanamento della flotta.

L’assalto contro Taranto viene eseguito dopo sei giorni di assedio, in piena notte. Due aliquote romane vengono inviate nel settore nord – ovest della città per impegnare nella lotta i Cartaginesi ma, in realtà, si tratta di una manovra diversiva poiché il grosso delle forze si concentra sul versante orientale della cinta muraria, proprio dove sono dislocate le forze di Filimeno che consentono l’irruzione all’interno della città, Le forze di Quinto Fabio Massimo colgono di sorpresa i difensori impegnati sull’altro versante. In breve tempo il comandante cartaginese, Cartalone, ed i suoi uomini vengono annientati, mentre i Romani si lasciano andare ad un terribile saccheggio. Avvertito da quanto sta accadendo, Annibale impone il dietro front alle sue truppe e marcia su Taranto ma, una volta arrivato, non può far altro che constatare l’occupazione nemica.

La vendetta di Quinto Fabio Massimo è spietata: tutti i militi cartaginesi vengono passati a fil di gladio e stessa sorte subiscono i mercenari di Filimeno perché non si sappia in giro che Taranto è caduta col tradimento, mentre moltissimi Tarantini vengono venduti come schiavi. Così Roma riprende il controllo della Puglia e tributa i dovuti onori al console vincitore: Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore.

 

Cosimo Enrico Marseglia

 

 

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