di F.Oli.

NARDÒ (Lecce) – Non è il primo incrocio con la giustizia per i due bulli arrestati per le presunte sevizie riservate a un 14enne. I nomi dei due giovani arrestati dai carabinieri di Nardò e dai colleghi di Gallipoli compaiono in un’altra indagine per bullismo. Una storia legata sempre alle stesse dinamiche di prevaricazione e devianza minorile: violenze, soprusi e angherie su coetanei. Di recente, ai due minorenni già “attenzionati” dai servizi sociali e dalle forze dell’ordine dopo una serie di episodi particolarmente violenti è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini. Riguarda il pestaggio di due ragazzini bloccati per strada con l’obiettivo di rapinare lo scooter con cui erano arrivati a Nardò da un paese vicino. Tentativo, però, non andato a buon fine grazie all’intervento risolutivo di alcuni adulti. Questo primo episodio di bullismo risale al 20 aprile. J.S. e F.S. non erano da soli quel giorno. Facevano parte di un branco composto da altri sei teenagers, tutti identificati e denunciati.

L’indagine, anche in questo caso efficacemente condotta dai carabinieri di Nardò, è stata coordinata dal sostituto procuratore Imerio Tramis. Nell’avviso compaiono anche i nomi S.M., 17 anni; P.M., di 15; M.V.S., di 14; L.V., di 15; V.A.G. e V.M.G., all’epoca dei fatti entrambi minorenni. Gli otto teenagers sono accusati di tentata rapina, lesioni personali aggravate e danneggiamento in concorso. Il solo F.A.S risponde di porto di arma e minacce. Anche in questa vicenda i due minorenni avrebbe ricoperto un ruolo di primo piano minacciando i due giovanissimi. F.S. aveva persino un coltello con sé con una lama di 5 centimetri. E anche in quel caso, il branco si sarebbe accanito con estrema violenza ferendo i giovani che, per le ferite riportate, furono costretti a ricorrere alle cure dei sanitari.

Nella propria ordinanza lo stesso gip fa cenno a questo episodio quando scrive che “il rischio di recidiva in reati della stessa natura trova una ancor più significativa conferma nel coinvolgimento in precedenti episodi illeciti ai primi sostanzialmente sovrapponibili per modalità di condotta”. Ecco perché annota il gip “il collocamento in comunità appare utile a garantire un costante e incisivo monitoraggio della condizione degli indagati con l’avvio di un percorso di sostegno che consenta altresì un ripensamento in chiave critica dei fatti”.

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