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ven, 18 maggio 2012
anno V, numero 139



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Non è vero… ma ci credo! PDF Stampa E-mail
di Mariagrazia Toscano   
Sabato 04 Settembre 2010 09:34
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“Fortuna caeca est, quia opulentiam aut indigentiam inconsiderate donat et de cornucopia copiam effundit “. (La Fortuna è cieca, perché dona  sconsideratamente l’opulenza o l’indigenza e lancia una gran quantità di corna dell’abbondanza). Ma lo sapevate che…


A causa della sua rarità in molte culture si crede che trovare o ricevere in dono dei quadrifogli sia di buon augurio, tanto che sempre secondo alcune credenze popolari sistemarne uno sotto il cuscino regali bei sogni, e si crede pure che ogni foglia significherebbe qualcosa: la prima è per la speranza, la seconda per la fede, la terza per l’amore, e naturalmente, la quarta simboleggia la fortuna. Per i Druidi il simpatico quadrifoglio era potente contro gli spiriti malvagi ed il più antico riferimento letterario allo stesso pare risalire al 1620, con la prima attestazione di quest’ultimo come portafortuna.
La simpatia per la mitica coccinella è atavica e da sempre il minuscolo insetto rosso è ritenuto un vero e proprio portafortuna. Con i suoi sette puntini neri, infatti, ricordava le sette stelle più brillanti delle Pleiadi, della costellazione del Toro, ma era anche abbinata alla Madonna, al punto che in Toscana le coccinelle sono ancora oggi chiamate “mariole” o “marioline”, perché inviate da Maria a levare i piccoli demoni scuri, ovvero, gli afidi che succhiano la linfa alle piante. Da questo deriva anche la credenza che i piccoli insetti allontanino gli spiriti maligni ed il malocchio. In Germania le coccinelle sono chiamate dalle ragazze “uccellini di Dio” e sono interpretate  come messaggeri d’amore quando si posano lievemente sugli innamorati per farli comunicare. C’era pure chi pensava che svolgessero lo stesso compito delle belle e brave cicogne: le giovani che desideravano avere una nutrita prole si rallegravano all’arrivo delle coccinelle e ne contavano ansiosamente i puntini per sapere quanti figli sarebbero nati. Ecco perché, quando arriva una coccinella, arriva anche la tanto sospirata fortuna.


L’antica usanza di lanciare il riso agli sposi, deriva da un’antica leggenda cinese. Si racconta che in passato la Cina fu colpita da una grande carestia, il buon genio vedendo la sofferenza dei poveri contadini s’impietosì e così volle sacrificare tutti i suoi denti disperdendoli nella palude e subito germogliarono numerose piantine di riso: da quel giorno il famoso proverbio “Dove c’è riso c’è abbondanza”.


L’ambra è una resina fossile conosciuta ed usata da millenni come ornamento o talismano. Le collane d’ambra sono fra gli strumenti più usati nel mondo della magia ed, indossate al collo, sono protettive. Una collana d’ambra indossata da un bambino o un pezzetto d’ambra conservato nella sua stanzetta  lo protegge dalle malattie. Il suo potere protettivo si può usare quando ci si sente di cattivo umore soprattutto, accendendo una candela bianca  mettendola sul terreno o pavimento. Poi, seduti davanti ad essa si forma un cerchio con una manciata di grani d’ambra e ci si accomoda all’interno per ripristinare l’energie e creare una barriera contro l’influenze esterne. Si può ripetere il rito tutte le volte sia utile. Un altro uso consiste nel metterne nove grani o pezzettini in un bagno d’acqua calda, rimanendovi immersi finchè l’acqua si raffredda: quindi si leva l’ambra, la si asciuga e se ne tiene addosso un pezzo, fino al bagno seguente.
Simbolo di ricchezza, potere, sacralità, incorruttibilità, l’oro è sempre stato un metallo ammirato, desiderato e sfoggiato. Il suo unico lato negativo è… il costo. Magari si potesse fabbricare, come sognavano gli antichi alchimisti. Secondo la leggenda, la formula segreta che permette  di mutare il metallo in oro sarebbe alla portata di tutti, incisa sul muro dei giardini di Piazza Vittorio, a Roma, su quella che i romani hanno ribattezzato “Porta Magica”. Esattamente dal 1860 – anno in cui fu fatta realizzare l’incisione dal marchese Palombara – sembra che nessuno però sia mai riuscito a decifrarla. Neppure lo stesso marchese, il cui palazzo sorgeva nel parco dove ora c’è la piazza. Egli, dopo aver provato invano d’interpretare la famosa ricetta  che aveva scovato in un vecchissimo libro conservato accuratamente nella sua biblioteca, decise di renderla di dominio pubblico iscrivendola sul muro di cinta della sua villa, sperando che qualcuno, prima o poi, riuscisse a capirla.

Se casualmente o volutamente vi trovate a passare di lì, tentate pure voi, non si sa mai… “La fortuna aiuta gli audaci!”.

 

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